Koleos, la coca calabrese in Puglia e Sicilia: «Troppi soldi, in macchina non c'entrano»

I dettagli emersi nell'inchiesta Koleos, contro il traffico di droga gestito dalle cosche di San Luca. I proventi della vendita venivano trasportati in auto e poi consegnati nella macelleria di uno dei sodali 

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di Redazione
22 luglio 2020
13:18
Inchiesta Koleos, droga e soldi sequestrati
Inchiesta Koleos, droga e soldi sequestrati

Nel corso dell'inchiesta Koleos, che ha portato all’arresto di 12 persone per traffico di droga, sono stati ricostruiti i ruoli degli indagati. Erano i fratelli Domenico e Francesco Mammoliti a gestire in prima persona - e con estrema professionalità - le trattative sulla quantità e modalità di consegna della sostanza stupefacente - occupandosi, in funzione del ruolo da loro ricoperto di organizzatori del sistema criminale, della consegna attraverso i coniugi Domenico Pellegrino e Maria Filastro, nonché per mezzo di Vincenzo Scarfone, nella veste di fidatissimi sodali, tratti in arresto rispettivamente in data 7 gennaio 2016 e 20 febbraio 2016. Lo stesso va detto per i fratelli Giovanni e Giuseppe Giorgi che in più occasioni venivano intercettati nel dare disposizioni ai coniugi sulla percentuale di taglio che dovevano applicare ad una determinata partita di cocaina.

I soldi della vendita della cocaina

I Pellegrino, dunque,  si occupavano tanto del confezionamento sotto vuoto dello stupefacente che del trasporto - in qualità di corrieri al servizio dei Mammoliti e dei Giorgi - trasferendo la cocaina in Sicilia (in provincia di Messina e Catania) e in Puglia (in provincia di Bari, Brindisi, Taranto e Lecce) e ricevendo la contropartita economica che veniva versata ai capi dell’organizzazione presso la macelleria di proprietà di Domenico Pellegrino. In una delle tante trasferte nelle province di Taranto, Lecce e Brindisi, in un solo pomeriggio Domenico Pellegrino, la moglie Maria Filastro e Giovanna Laganà, consegnavano per conto dei fratelli Giorgi, quantitativi di cocaina equivalenti all’importo di 340mila euro in banconote di vario taglio, raccolte in “mazzette” - quali corrispettivo del narcotico venduto - e occultate all’interno del vano ricavato nell’autovettura in quantità tale da far dire alla Filastro che «... la macchina le sta vomitando ...», ovvero che erano così tante da non essere contenute nel nascondiglio.

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