Coronavirus, Santelli chiude la bocca alle Asp. Basta dati sul contagio, parla solo la Regione

La Cittadella impone il silenzio a ospedali e aziende sanitarie: basta bollettini giornalieri. Ma sorge il dubbio che questo editto bulgaro punti a coprire gli errori strategici e i passi falsi della politica nella gestione dell’emergenza, dal dramma della casa di riposo di Chiaravalle al balletto dei tamponi

di Alessia Candito
7 aprile 2020
22:18
Jole Santelli
Jole Santelli

Su numeri e contagi dell’epidemia, da oggi a parlare sarà solo la Regione. E nessuno – neanche gli ospedali – saranno autorizzati a fornire informazioni su casi positivi, numero di tamponi effettuati, guariti, deceduti. Insomma, sull’avanzata del Covid19 in Calabria è ammessa solo informazione di regime.

L’editto con cui sono stati tacitati Gom e Asp

È questa in sintesi l’ultima comunicazione spedita dalla Regione ai Commissari Straordinari Aziende Sanitarie ed Ospedaliere e alle Commissioni Prefettizie Aziende Sanitane Provinciali di Catanzaro e Reggio Calabria, nonché ai Responsabili dei Laboratori di virologia – Microbiologia che quotidianamente lavorano sui tamponi per accertare i contagi, come ai direttori dei reparti di Malattie Infettive, Terapia Intensiva e dei Dipartimenti di Prevenzione coinvolti nella rete anti-Covid. Tutti – ordinano dalla Cittadella – dovranno stare con la bocca chiusa.

Il primo tentativo di silenzio stampa

La comunicazione – arrivata a mezzo di nota protocollata nottetempo - formalmente è un «ulteriore richiamo in ordine alle disposizioni fissate nella Ordinanza n. 4/2020» con cui la governatrice Jole Santelli ordinava il silenzio stampa ai medici, lasciando però facoltà di intervenire, rilasciare dichiarazioni e diffondere informazioni a «vertici Aziendali o delegati, previo accordo con l’Unità di Crisi Regionale». In realtà, si tratta di un deciso giro di vite che impone a tutti il silenzio.

Il giro di vite

«Si raccomanda - mette la Regione nero su bianco - di evitare di fornire dati parziali o ulteriori informazioni sull'andamento dei contagi a soggetti diversi dal Dipartimento Tutela della Salute e Politiche Sanitarie, attraverso il quale vengono diramate le comunicazioni utilizzate per il bollettino ufficiale regionale, per il Ministero della Salute, la Protezione Civile Nazionale e per tutti gli altri Organi Istituzionali». Traduzione, solo la Regione sarà titolata a fornire dati sull’epidemia.

Niente bollettini

A confermarlo, le brevi missive con cui in mattinata l’Asp di Crotone e l’ospedale Pugliese-Ciaccio si sono allineate all’editto bulgaro emanato dalla Regione, comunicando che da oggi non dirameranno alcun bollettino. Nel pomeriggio, anche Reggio Calabria e gli altri presìdi si sono piegati. A malincuore, almeno a quanto traspare dal comunicato con cui l’ospedale reggino ha reso nota la sospensione del bollettino. «La Direzione Aziendale – si legge - ringrazia sentitamente tutti, privati cittadini e professionisti dell’informazione, per la pazienza e la costanza con cui è stato seguito il bollettino. In particolare, si esprime profonda gratitudine a tutti coloro che - attraverso i commenti o semplici like sulle pagine social ufficiali dell’Ospedale - hanno supportato, confortato l’attività finora svolta dal personale sanitario ed amministrativo del G.O.M.». Ma non sarà più possibile.

Severità a corrente alternata

Il “Verbo” dovrà essere unico, ha deciso la Regione. Eppure, da quando sono stati registrati i primi casi in Calabria, sindaci e amministratori di ogni ordine e grado dall’alto dei propri profili facebook si sono improvvisati novelli monatti scatenando vere e proprie battute di caccia all’untore, hanno seminato il panico annunciando contagi che poi sono costretti a smentire o hanno collezionato figuracce nazionali come il primo cittadino di Riace, Antonio Trifoli, riuscito a dare per morta per Covid19 una paesana trasferita in Piemonte, deceduta per altra causa. Su di loro però, la Regione non ha mai avuto nulla da dire. Gli ospedali invece – che di pazienti e contagi hanno cognizione diretta, sono obbligati al rispetto della severa deontologia professionale propria degli operatori sanitari e sono in grado, qualora necessario, di segnalare le situazioni di rischio – dovranno stare muti.

Firma burocratica, mandato politico

A firmare striminzita nota che inaugura la stagione di censura sul Covid19 in Calabria è il dirigente Antonio Belcastro, ma il superburocrate della Sanità calabrese appare solo un esecutore. Il mandato è politico e arriva direttamente dalla presidente della Giunta regionale, Jole Santelli, che per la prima volta, in dieci anni di commissariamento, ha pieni poteri sulla sanità regionale. E proprio alla luce dei risultati a tratti imbarazzanti di tale parentesi, il richiamo all’ordine inviato a mezzo nota appare più dettato da un’esigenza di tutela dell’immagine, piuttosto che dalla necessità di “mettere ordine” nella comunicazione. Nel caso, la Regione non avrebbe dovuto guardare più in là del proprio ufficio stampa, più volte inciampato in banali addizioni a due cifre o indeciso sui titoli.

La Calabria fra gli annunci e la realtà

In realtà, a ormai un mese dal primo lockdown e a quasi due dall’inizio dell’emergenza nazionale Covid19, il problema appare più di sostanza che di forma. Perché la lunga serie di annunci con cui si è contrabbandata l’idea di «una sanità in grado di reggere fino a mille contagi», una Regione pronta a tirare fuori in tempi brevi «400 posti di terapia intensiva» e di attivare una rete efficace di hub e spoke, si è rapidamente scontrata con il dato concreto. Che racconta tutta altra storia.

Bilancio impietoso

Da quando l’emergenza è iniziata, i posti negli ospedali sono cresciuti solo di 34 unità, da 105 a 139, per quanto riguarda le terapie intensive che da protocolli ministeriali dovevano aumentare del 100%, di 33 unità per le malattie infettive (da 80 a 113) e di 5 le pneumologie (da 68 a 73), reparti da potenziare – era l’impegno con il ministro Speranza – al 50%. Numeri ufficiali, forniti dalla stessa presidente Santelli al “suo” Consiglio regionale. Altri, variabili a seconda del salotto tv, sono stati forniti ai microfoni di trasmissioni del pomeriggio o della sera, ma senza uno straccio di carta a sostegno. E nessuno a chiederlo, ovviamente.

Nessun confronto con la stampa

In Calabria invece la governatrice non si concede. Dall’inizio del suo mandato, l’ultima conferenza stampa che si ricordi è stata organizzata in trasferta e più con la formula da presentazione di un video promozionale (di un assessore) che da confronto con la stampa. Sulla Sanità invece, solo l’invito a rifarsi a comunicati ufficiali. Adesso diventato ordine. Un silenzio quasi omertoso - e solo di tanto in tanto interrotto da video-editti social - di cui è doveroso chiedersi la ragione.

Le domande (inevase) che i numeri suggeriscono

Sarà per caso per l’imbarazzante gestione del focolaio scoppiato nella Rsa di Chiaravalle, costata la vita a 17 persone, insieme ad altre decine per giorni in larga parte bloccate all’interno di una struttura che a detta di Santelli «destava preoccupazione»? Sarà perché il mancato trasferimento di quegli anziani si deve alla necessità di non «bloccare gli ospedali» in cui i posti non sono stati creati? O per il balletto indecente sui tamponi, per i quali inutilmente si è chiesto un dato scorporato per provincia, facilmente desumibile sottraendo quelli effettuati dalle Asp che lo comunicano? Sarà perché quella banale operazione rivela una certa parsimonia nei test effettuati nell’area di Cosenza? O perché magari a qualcuno sarebbe venuto in mente di chiedere che senso ed efficacia abbia avuto l’ordinanza con cui si è blindata la Calabria se sui 13.675 expat di ritorno registrati sul sito di Regione Calabria solo 8207 sono in quarantena volontaria? O magari che fine abbiano fatto le annunciate strutture di quarantena dove auspicabilmente queste persone avrebbero dovuto essere ospitate per evitare dieci, cento, mille focolai domestici?

Giustificazioni esili

È passato quasi un mese esatto dal primo lockdown nazionale. Troppo tempo per trincerarsi dietro mascherine che si perdono e ventilatori che non arrivano. Soprattutto se quelle forniture sono state affidate ad un burocrate, Domenico Pallaria, per sua stessa ammissione incompetente, la cui individuazione – evidentemente inadeguata – è stata liquidata dalla governatrice con un inaccettabile «e chi dovevo nominare?». Eppure la politica fa questo, sceglie, e di quelle scelte si assume la responsabilità e risponde. Ma a quanto pare non in Calabria. Dove forse anche per questo anche i numeri – oltre ai fuorisede lasciati fuori dalla porta senza neanche preoccuparsi di verificare se se lo possano permettere – perdono il diritto di cittadinanza. Magari perché ma calandoli nel contesto che raccontano, rivelano tante cose. Politicamente imbarazzanti.

La dittatura dei numeri

I dati reali - in parte diversi da quelli immortalati in funebri slide con scritte in fucsia e fondo nero – raccontano un governo regionale che arranca nella gestione di un’epidemia a cui ha avuto due mesi di tempo per prepararsi. E che sembra averli sprecati come dimostrano l’infinita serie di focolai nelle Rsa in cui nessuna campagna di prevenzione è stata avviata, il numero dei sanitari contagiati e che – fatta eccezione per Gom e Asp che hanno provveduto con proprie disposizioni interne – solo poco più di una settimana fa si è deciso di sottoporre a screening periodico, gli ospedali arrivati quasi a saturazione in cui si invitano i responsabili delle unità operative a mandare in ferie il personale per risparmiare sui Dpi. Sarà per questo che i numeri vengono blindati dietro una cortina di fumo istituzionale che esclude la possibilità di accedere a dati a riscontro?

Uno sgarbo non solo alla stampa, ma a tutti i calabresi

Domanda che insieme alle tante altre sulla situazione sanitaria in regione– allo stato – nessuno ha potuto formulare. Nei suoi ultimi messaggi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha mai dimenticato di ringraziare i giornalisti per il lavoro che stanno facendo e il governo Conte ha più e più volte confermato stampa e informazione fra i servizi essenziali. Ma in Calabria si preferisce l’informazione di regime. Uno schiaffo non solo alla categoria dei giornalisti, ma all’intera popolazione.

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