Inchiesta Breakfast

Favoreggiamento latitanza Matacena, slitta l’inizio dell’appello per Scajola ma il reato è già prescritto

L'ex ministro dell'Interno e attuale sindaco di Imperia è accusato di procurata inosservanza pena e in primo grado è stato condannato a 2 anni. Nel procedimento anche Chiara Rizzo, l'ex moglie dell'armatore reggino morto da latitante a Dubai (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Francesco Altomonte
27 settembre 2022
12:24
La Corte d’appello di Reggio Calabria davanti alla quale si celebra il processo
La Corte d’appello di Reggio Calabria davanti alla quale si celebra il processo

Salta la prima udienza del processo d’appello per l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola e Chiara Rizzo. Proprio un difetto di notifica all’ex moglie di Amedeo Matacena ha costretto la Corte d’appello di Reggio Calabria, davanti alla quale si celebra il procedimento di secondo grado, ha rinviare l’udienza al 14 dicembre prossimo, data in cui dopo la relazione del procuratore generale si entrerà nel vivo del processo. 

La latitanza di Matacena

Gli imputati sono accusati di avere favorito la latitanza di Amedeo Matacena, l’armatore di Reggio Calabria morto a Dubai da latitante il 16 settembre 2022. Per questa accusa, in primo grado Scajola è stato condannato per procurata inosservanza della pena a due anni di reclusione, un anno a Chiara Rizzo per lo stesso reato; prescrizione per Mariagrazia Fioredilisi, assolto Martini Politi.


Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo aveva chiesto una condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione nei confronti dell’ex ministro Claudio Scajola; 11 anni e 6 mesi per la moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo; 7 anni e 6 mesi per Martino Politi, factotum di Matacena; 7 anni e 6 mesi per Mariagrazia Fioredilisi, segretaria di Amedeo Matacena.

Breakfast, le accuse agli imputati

Il pubblico ministero ha contestato a Scajola l’accusa di aver favorito la latitanza dell’ex parlamentare di Forza Italia, Amedeo Matacena e, nei confronti degli altri imputati anche di aver schermato il patrimonio di Matacena, al fine di evitare possibili provvedimenti ablativi da parte dell’autorità giudiziaria. Nei confronti del solo Scajola non è stata contestata l’aggravante mafiosa.

Secondo la ricostruzione del procuratore Lombardo, la rete che si era mossa per consentire all’ex senatore Marcello Dell’Utri di trovare nel Libano il luogo sicuro in cui trascorrere la sua latitanza, avrebbe agito anche per aiutare Matacena. Una rete che troverebbe il suo fulcro nell’imprenditore Vincenzo Speziali, trait d’union con il Libano, grazie al suo rapporto con l’ex presidente Amin Gemayel. Una rete che è stata cristallizzata all’interno di un’informativa denominata “Stato parallelo”, la quale, stando a quanto detto dal procuratore, ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati di numerose persone inserite all’interno della stessa.

Il processo di primo grado ha visto sfilare tantissimi testi, fra cui anche l’ex premier Silvio Berlusconi e si è occupato anche di quegli aspetti massonici sui quali numerosi collaboratori di giustizia hanno deposto. Come, ad esempio, Cosimo Virgiglio che aveva riferito di aver visto Scajola in abiti massonici. Dichiarazioni fortemente smentite dallo stesso ex ministro e oggi sindaco di Imperia.

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