Favorirono la cosca Lo Giudice, due non luogo a procedere. Chiesta la ricusazione del gup

Un'udienza dai toni accesi quella che si è tenuta oggi in aula bunker. Slitta la decisione sulle sorti del giudice Mollace

di Gabriella Passariello
4 febbraio 2016
17:56

Il gup del Tribunale di Catanzaro ha deciso il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste per Luciano Lo Giudice, fratello di Nino Lo Giudice, boss dell'omonima cosca e Antonino Spanò, titolare di un cantiere nautico a Reggio Calabria, i primi difesi dai legali Aldo Casalinuovo e Filippo Caccamo, Spanò codifeso dai legali Antonio Marra e Antonino Curatola. Mentre si è astenuto dal prendere qualsiasi decisione a carico dell'ex sostituto procuratore generale di Reggio Calabria Francesco Mollace, difeso dai legali Nicola Cantafora e Massimo Ermenegildo Scuteri, attualmente in servizio alla Procura generale della Corte d'appello di Roma. Tutti e tre accusati di corruzione in atti giudiziari. Prove celate, indagini, che avrebbero potuto svelare i retroscena di un delitto, insabbiate. Un'udienza atipica e dai toni accesi, che doveva concludersi in mattinata, poi un breve rinvio per la decisione alle 13, poi ancora un altro rinvio per le 15 e finalmente una decisione presa poco dopo le 17. Una decisione però assunta "a metà", perchè il gup nel momento in cui ha scagionato Lo Giudice e Spanò che hanno scelto il rito ordinario, si è trovato di fronte il pm della distrettuale Domenico Guarascio che ha chiesto senza mezzi termini la sua ricusazione durante la camera di consiglio. Una richiesta di fronte alla quale il giudice delle udienze preliminari ci ha pensato due volte prima di decidere delle sorti di Mollace giudicato con rito abbreviato, optando per l'astensione. Secondo le accuse formulate all'epoca dei fatti dai contitolari delle indagini Gerardo Dominijanni, oggi aggiunto a Reggio e Domenico Guarascio, tutto si sarebbe perfezionato attraverso una serie di favori, in cambio di omissioni, compiute al solo fine di favorire la 'ndrangheta. Il magistrato, che può considerarsi uno dei pilastri storici dell'antimafia, all'epoca dei fatti in qualità di sostituto procuratore della Dda di Reggio era preposto alla gestione e alla trattazione delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maurizio Lo Giudice e Paolo Iannò, ma non avrebbe svolto alcuna attività investigativa inerente i contenuti delle prove raccolte, circa l'esistenza della cosca Lo Giudice. Le dichiarazioni dei pentiti convergevano quanto all'esistenza della cosca Lo Giudice anche dopo il 1991 e quanto alla perpetrazione dell'omicidio di Angela Costantino moglie del boss Pietro Lo Giudice, fatta sparire e secondo l'accusa uccisa per salvare l'onore del capoclan, «da parte dei componenti la medesima famiglia 'ndranghetista». In sostanza Mollace, avrebbe omesso, secondo le ipotesi di accusa, di riaprire le indagini sulla scomparsa della Costantino, senza vagliare e comparare le dichiarazioni dei due pentiti. Con un'unica conseguenza. Che Mollace avrebbe per così dire selezionato i contenuti e le prove rese attraverso le dichiarazioni di Maurizio Lo Giudice e Iannò, fornendone un quadro parziale. Nessun riscontro al narrato dei collaboratori, neanche per quanto concerne «la pervicacia ed esistenza della famiglia Lo Giudice, quale cosca operante nel territorio reggino, ricevendo quale utilità, da parte della predetta cosca, la dazione gratuita dei servizi di manutenzione e rimessaggio dei natanti ormeggiati nel cantiere di Calamizzi, gestito e diretto da Antonino Spanò e Luciano Lo Giudice, il primo quale prestanome del secondo». Fatti che si sarebbero verificati in data anteriore e prossima al 30 ottobre 2010. Un'inchiesta quella che ha visto sotto accusa Mollace, Luciano Lo Giudice considerato l'istigatore delle bombe di Reggio e Spanò, ritenuto un affiliato alla cosca che nasce dal memoriale sul nano, nasce dal memoriale dello pseudo pentito Antonino Lo giudice, per tutti il "nano" che ha fornito nomi e cognomi di chi avrebbe materialmente piazzato l'ordigno del 3 gennaio di quattro anni fa davanti agli uffici di via Cimino, quello del 26 agosto seguente all'ingresso dell'abitazione del procuratore generale Di Landro e il bazooka fatto ritrovare il 5 ottobre dello stesso anno a poche centinaia di metri dal Cedir, sede della Direzione distrettuale Antimafia di Reggio. Salvo poi ritrattare la sua versione dei fatti , scappare dalla località protetta, per finire di nuovo dietro le sbarre. Fin qui le ipotesi di accusa. La Procura attenderà le motivazioni della decisione del gup per proporre appello sui due proscioglimenti, mentre la sorte di Mollace verrà decisa probabilmente da un altro gup.

Gabriella Passariello


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