Il boss Bagalà, 40 anni di dominio indiscusso nel Lametino: dalla strage di Sambiase ad oggi

Ottanta anni e una riconosciuta autorità e capacità di gestire affari, estorsioni, accordi. La storia criminale del protagonista dell’operazione Alibante ricorda una pellicola (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Tiziana Bagnato
3 maggio 2021
21:00

Ottanta anni compiuti, ma il boss della storica cosca Bagalà, legata a quella degli Iannazzo-Cannizzaro-Daponte di Lamezia Terme, citato nelle deposizioni di decine di collaboratori di giustizia come “uomo d’onore”, è il protagonista di una storia criminale difficile da riassumere e nella quale ricoprirebbe, a dispetto dei dati anagrafici, un ruolo di primo piano.

Bagalà, anello di congiunzione

Una sorta di dominus definito nell’ordinanza di misura cautelare dell’operazione Alibante, emessa dal gip del Tribunale di Catanzaro, su richiesta della procura della Repubblica – Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, “promotore, organizzatore e direttore” di traffici illeciti. Bagalà era un anello di congiunzione, capace di intessere rapporti con la ‘ndrangheta catanzarese e con quella reggina, ma anche di accendere collaborazioni con camorra e cosa nostra. La sua stretta sulle strutture turistiche della costa tirrenica lametina è di vecchia data.


Già nel 1993, ha raccontato il collaboratore di giustizia Norberti, il boss gli aveva assicurato la guardiania del residence di Nocera Riviera del Sole per una somma che gli sarebbe stata data dall’amministratore della struttura, evidentemente sotto smacco. Con Norberti Bagalà si sarebbe recato anche in Argentina, espandendo i suoi traffici anche all’estero.
Rientrati in patria i due iniziano il tam tam delle estorsioni, dai negozi di abbigliamento, alla gestione dei parchi gioco, il clan cerca di penetrare ovunque.

Ma la “join venture” si interrompe nel 1994 quando accadono due eventi spartiacque. Da un lato Norberti si accorge che i proventi delle estorsioni non venivano suddivisi in parti uguali, dall’altro Bagalà riallaccia i rapporti con Roberto Isabella. Isabella, uomo fidato del boss, ne aveva preso le veci quanto questi era stato in carcere. Ma al ritorno di Bagalà qualcosa aveva inasprito i rapporti e creato tensioni. Attriti che sembravano ora superati, così se il boss da un lato riaccoglieva Isabella, dall’altro allontanava Norberti.

La nascita di un nuovo gruppo criminale

Ecco perché il futuro pentito decide di soppiantare il boss, dando vita ad un gruppo criminale autonomo da lui capeggiato che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto prendere il controllo di quel territorio, spodestando Bagalà ed i suoi fedelissimi, da lui stesso definiti come "i quattro di Nocera" (Carmelo Bagala', Roberto Isabella, Giuseppe Vescio e Gennaro Curcio). Nella nuova compagine entrano Bruno Gagliardi, cIasse 1966, Bruno Gagliardi, cIasse 1974, ed il minorenne Gennaro Pulice.

Non è nella loro intenzione stare nell’ombra, le provocazioni e i pestaggi a danno dello stesso Bagalà iniziano subito, fino a decretare la necessità di uccidere un suo uomo e la scelta cade sui Curcio. A riportare ordine sono gli Iannazzo che optano per un gesto di sangue eclatante. Rimarrà nella memoria come “la strage di Sambiase”.

A terra rimarranno Giovanni La Polla e Salvatore Ruberto; Antonio Liparota, Rosario Orlando e Bruno Gagliardi 1966 riporteranno solo ferite. La cosca degli Iannazzo aveva imposto nel territorio lametino Bagalà dagli anni Ottanta e con questa azione di forza restituiva potere non solo al boss, ma anche a se stessa.

I favori e appoggi elettorali

Tornando ai giorni nostri, gli inquirenti affermano con certezza che Bagalà sia il referente indiscusso della criminalità organizzata nel tirreno lametino mantenendo contatti con le altre realtà criminali e facendo da punto di riferimento per raccomandazioni, favori e appoggi elettorali.

All’ottantenne viene riconosciuto anche la capacità di condizionare le vicende amministrative dei principali uffici pubblici ricadenti nel suo territorio di appartenenza. «Bagalà – si legge nelle carte dell’inchiesta - è stato in grado di costituire e preservare un effetto intimidatorio ndranghetistico che genera, tuttora, assoggettamento e prescinde dalla effettiva e concreta violenza esercitata e che nel corso degli anni gli ha consentito di sviluppare il proprio potere criminale soprattutto in direzione della sistematica penetrazione nel mondo dell'economia imprenditoriale e in quello delle amministrazioni pubbliche delle zone ricadenti sotto il controllo e la sfera di influenza della cosca».

Giornalista
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