L’agguato mafioso

Lamezia ricorda il giudice Ferlaino, ucciso da tre sicari a volto scoperto. E dopo 49 anni l’omicidio resta senza colpevoli

 L’Anm di Catanzaro ha ricordato il magistrato con una cerimonia nel luogo del delitto. Il giudice Strangis: «Un invito di speranza agli oppressi dal giogo della ‘ndrangheta». Il sindaco Mascaro: «Una città che ha saputo reagire». Il presidente della Corte d’Appello, Epifanio: «Tenere alta l’attenzione»

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di Alessia Truzzolillo
3 luglio 2024
14:30

Il momento certamente più commovente della commemorazione per i 49 anni dalla morte del giudice Francesco Ferlaino è avvenuto nel momento in cui la figlia del giudice, Rosetta Ferlaino, si è unita a cantare l’Inno di Mameli che sanciva il termine della cerimonia. Minuta, i capelli bianchi, ha cantato l’inno nazionale fino all’ultima parola con convinzione, serietà e tanto cuore. Era circondata dai rappresentanti delle forze dell’ordine, da autorità politiche e militari ma il suo pensiero in quel momento sembrava rivolto al valore di quel testo che vuole uno Stato unito, stretto a coorte fino alla morte.

Il presidente Anm Catanzaro: «Un invito di speranza agli oppressi dal giogo della ‘ndrangheta»

Sono trascorsi 49 anni dalla morte dell’avvocato generale della Corte d’Appello. Era il 3 luglio 1975 quando Ferlaino è stato ucciso su corso Giovanni Nicotera, da ignoti sicari, in un agguato di stampo mafioso. Stava rientrando a casa dalla propria famiglia. Oggi l’Associazione nazionale magistrati del Distretto di Catanzaro, presieduta dal giudice Giovanni Strangis, ha voluto ricordarlo con una cerimonia proprio sul luogo dell’agguato.
Strangis ha ripercorso gli attimi più tragici di quel giorno, quando una vettura affiancò il magistrato e, compiuto il delitto, i killer si allontanarono prima che l’appuntato che lo accompagnava potesse fare qualcosa. Quell’auto verrà ritrovata il giorno dopo dalla parte opposta della Calabria, a Copanello.


Era una «vettura rubata a un avvocato di Catanzaro. Il commando – racconta il giudice Strangis – formato da tre persone, ha agito a volto scoperto. Il delitto è irrisolto ma ferma e irrevocabile è la condanna per il gesto compiuto». Riferendosi alla stele voluta dalla Fondazione Trame, Giovanni Strangis ha aggiunto: «Sia questo segno che ci accingiamo a svelare, da oggi in avanti, un invito di speranza agli oppressi dal giogo della ‘ndrangheta, agli imprenditori estorti, ai delusi e disillusi. In Calabria lo Stato esiste ed è forte. Sia questo segno oggi il simbolo di una rinnovata alleanza tra società e magistratura che è al servizio nell’affermazione dei valori di legalità e libertà».

Il vescovo di Lamezia, Serafino Parisi, ha parlato del senso storico di apporre una stele, «il segno di uno squilibrio che deve essere ristabilito».

Il sindaco: «Una città che ha saputo reagire»

Il sindaco di Lamezia, Paolo Mascaro ha ringraziato tutte le le istituzioni dello Stato presenti oggi «49 anni dopo. Questa è una terra che ha forte bisogno di sentire la presenza». Il primo cittadino ha ricordato quando aveva 12 anni e apprese dell’omicidio «e posso rappresentare lo sgomento dei lametini perché nel cuore di questa splendida città un grande uomo, un servitore dello Stato del quale si parlava giornalmente per il suo coraggio, aveva perso la vita per mano di criminali efferati che non si erano fermati difronte a nulla». Mascaro ha parlato di Lamezia come di una città trasformata, passata da «terra quotidianamente martoriata da criminalità padrona quasi del territorio oggi comincia ad essere, per fortuna, una città che ha saputo reagire, che pur dovendo tenere sempre alta la guardia, sa immediatamente reagire quando la criminalità cerca di riprendere piede in maniera importante».

Il presidente della Corte d’Appello: «Tenere alta l’attenzione»

Il presidente della Corte d’Appello di Catanzaro, Concettina Epifanio, ha ricordato di avere avuto 18 anni l’estate dell’omicidio. Ha ricordato di aver fatto la prova di latino nel liceo di Palmi quel 3 luglio 1975 e che stava tornando a casa a Santa Cristina D’Aspromonte quando ha appreso la notizia. «Non sapevo chi fosse il giudice ma quell'episodio mi colpì. Un uomo ha dato la vita per il suo lavoro, il suo impegno. Vorrei che ogni anno ci fosse questo ricordo e con maggiore partecipazione». E, per quanto riguarda la lotta alla criminalità ha aggiunto: «Ancora non va bene. Tante cose non vanno bene ancora bisogna tenere alta l’attenzione».

 

 

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