In carcere da innocente, Forgione e il giornalismo giudiziario: «Basta processi mediatici»

VIDEO | L'ex consigliere comunale di Sant'Eufemia travolto dall'inchiesta Eyphemos per uno scambio di persona parla anche della sua esperienza in carcere: «Si diventa numerini» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Agostino Pantano
10 giugno 2021
06:28

Domenico Forgione, il cui caso di ingiusta detenzione ha attirato l’attenzione anche dei media nazionali, ce l’ha anche col sistema dei media – non tutto, ovviamente – e da iscritto all’Ordine dei giornalisti sferza i colleghi. «Purtroppo – sostiene - è diventato politicamente corretto, all’indomani delle operazioni antimafia, dare voce all’accusa che parla con le ordinanze e con le conferenze stampa, ma non alle difese che quelle carte ancora non le hanno potute leggere. Bisognerebbe essere più delicati, pensando che dietro la vita di un innocente che finisce in carcere c’è anche una famiglia che soffre».
Ai giornalisti viene infatti inviata una ordinanza di custodia cautelare «è una parte di quello che sarà il processo non è una sentenza. Invece sui giornali esce la sentenza. Sui processi mediatici anche l'Europa ci ha bacchetatti più volte. Credo abbia ragione». 

Lo scambio di persona

Storico con all’attivo 6 pubblicazioni dopo un dottorato di ricerca a Messina, l’ex consigliere comunale – militante di Articolo 1, il partito del ministro Speranza - travolto nell’operazione Eyphemos per via di uno scambio di persona, annuncia che sta per dare alle stampe un nuovo testo di storia: «Era quasi pronto prima del carcere, ora si tratta di completarlo». Non riesce a dimenticare l’esperienza del carcere che ha rovato per 7 mesi prima che una perizia fonica decretasse l'errore di persona in cui era incappato.


«Si diventa numeri»

«Si diventa dei numerini – argomenta – quelli che ti dà l’amministrazione penitenziaria, ed è per questo che ora voglio battermi per migliorare la condizione nelle carceri e adeguare il sistema della carcerazione preventiva per cui tante volte l’Ue ha censurato l’Italia». Un impegno nel sociale a tutto tondo, che ora può riprendere, con una nuova consapevolezza. «Nessuno nega la brutta realtà criminale della Calabria – conclude – ma penso che la questione meridionale non sia una questione criminale. Ecco perché mi auguravo un maggior senso di responsabilità nel momento in cui si decideva di mettere in carcere una persona incensurata che comunque ha sempre dimostrato di stare dalla parte della crescita civile e culturale: è in questo che mi sento tradito dal mio Stato».

Giornalista
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