Koleos, come fantasmi nei bunker e fiumi di cocaina: l'eterno business dei clan di San Luca

VIDEO | Ecco le fasi cruciali dell'inchiesta contro i clan sanlucoti: dal blitz nei covi ricavati nelle case fino all'intercettazione di grossi carichi di stupefacenti. Gli inquirenti: «Quello che impressiona è la continuità operativa che queste persone riescono ad avere nonostante i risultati giudiziari» 

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di Alessia Candito
22 luglio 2020
17:23
Uno dei bunker scoperti a San Luca
Uno dei bunker scoperti a San Luca

Per chi non li conosce sono fantasmi. Abituati a dribblare le indagini, a non farsi notare, a mantenere – ma solo apparentemente – un basso profilo. Preparati a subire un arresto e a fare di tutto per evitarlo. E così riempiono le case di bunker e nascondigli, dormono con l’orecchio teso, pronti ad infilarcisi come ratti per evitare le manette. Ma anche gli investigatori ormai li conoscono. A San Luca, nomi e condanne si ripetono uguali a se stessi di generazione in generazione. Sanno come si muovono, sanno che il traffico di droga è e rimane la principale attività ed hanno anche imparato che quando c’è da arrestarli, tocca interrogare i muri. Perché le case a San Luca sono un labirinto di bunker.

 

Caccia al bunker

Per trovare Giuseppe e Giovanni Giorgi, arrestati oggi perché considerati al vertice dell’organizzazione che per i due casati faceva girare tonnellate di cocaina, ne hanno dovuti esplorare più di cinque. Tastando muri, controllando armadi, controsoffitti e pavimenti. A casa di Giuseppe, gli agenti della Mobile ci sono dovuti stare tutta la notte e l’intera mattina, mentre i familiari li guardavano lavorare con odio. Solo verso mezzogiorno, dall’ennesima intercapedine è sgusciato fuori il ricercato. A tradire Giovanni è stata un’intossicazione che lui stesso si è provocato. Si era rifugiato in un mini-bunker sotto il pavimento del bagno, ma prima di sparire aveva preso con sé un bidone di ammoniaca per distruggere cellulari e hard disk da cui sarebbe stato possibile ricostruire la sua rete. Ma i fumi lo hanno intossicato, ha cominciato ad agitarsi, a cercare aria e tanto movimento ha attirato l’attenzione di chi lo stava cercando. È finito in manette, ma è stato subito trasportato in ospedale per il malore che lui stesso si è provocato.

 

 

Business di famiglia

Erano loro, insieme ai fratelli Mammoliti – è emerso dell’indagine diretta dall’aggiunto Giuseppe Lombardo, con i pm Francesco Tedesco, Diego Capece Minutolo e Alessandro Moffa, e coordinata dal procuratore capo Giovanni Bombardieri – i capi dell’organizzazione che ha portato avanti “il narcotraffico di famiglia” anche dopo l’arresto del narcobroker di fiducia Rocco Mammoliti, individuato in Olanda nel 2016 e subito estradato. Insieme ai fratelli di Rocco, Domenico e Francesco, i Giorgi hanno continuato a far girare tonnellate di cocaina e guadagnare altrettanti denari, infettando stabilmente con i loro traffici anche Sicilia e Puglia. Da lì – hanno scoperto gli investigatori della Squadra Mobile – tornavano con tante banconote che l’auto – diceva una delle donne dell’organizzazione - «le sta vomitando».

 

Continuità criminale generazionale

«Quello che impressiona – ha commentato il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo - è la continuità operativa che queste persone riescono ad avere nonostante i risultati giudiziari che negli anni sono stati raccolti. La ‘ndrangheta è davvero una struttura criminale enorme, ramificata, che funziona attraverso una serie di automatismi operativi che vanno oltre il singolo soggetto». Per questo l’organizzazione guidata dai fratelli Giorgi è riuscita ad andare avanti anche quando il loro broker di fiducia è finito in manette.

 

L’inchiesta

Gli inquirenti l’hanno scovata seguendo le tracce di chi per anni l’ha aiutato a sparire. Beccati in un anonimo camping della Locride a trattare con emissari colombiani ed albanesi, i Giorgi sono finiti nel mirino degli investigatori. «Sono stati monitorati – ha aggiunto – degli incontri tra gli arrestati e alcuni esponenti colombiani e albanesi. Incontri avvenuti all’interno di una struttura della Locride e da lì si è partiti per ricostruire questo traffico. Nel giro di pochi mesi sono stati monitorati passaggi di droga per 6-7 milioni» ha spiegato il procuratore capo Giovanni Bombardieri. Nonostante il sistema di comunicazione estremamente criptico, l’uso sistematico di blackberry e di sim intestate a prestanome, ormai anche inquirenti e investigatori hanno imparato a far parlare applicazioni, telefoni e computer pensati per rimanere muti.

 

Minori arruolati per tagliare la coca

Per mesi gli sono stati con il fiato sul collo, hanno ricostruito la loro rete, arrestato in flagranza alcuni dei loro corrieri. È il caso dei coniugi Domenico Pellegrino e Maria Filastro, arrestati mentre trasportavano oltre 3 chili di cocaina. «Con loro – spiega il procuratore capo Giovanni Bombardieri – c’era anche il figlio minore. Lo impiegavano per tagliare lo stupefacente». Al vertice assoluto dell’organizzazione – è emerso dall’indagine -  c’erano i Mammoliti, insieme a Giovanni Giorgi. Ed era lui insieme al fratello ad organizzare, con rigore quasi militare, la struttura di corrieri e chi doveva gestire il “magazzino” spostato strategicamente a Rizziconi, nella Piana di Gioia Tauro. Abbastanza vicino da non uscire dal raggio di influenza, ma abbastanza lontano da non essere immediatamente riconducibile a loro in caso di sequestro. Questa però è solo una parte della rete. E le indagini – lascia intendere il procuratore aggiunto Lombardo – sono ancora in corso.

 

Giornalista
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