La testimonianza

L’amore malato, solitudine e sensi di colpa di chi ha denunciato il proprio carnefice

VIDEO | Nel giorno di San Valentino la storia di una delle tante donne per cui quel nobile sentimento si è trasformato in violenze e abusi. La difficoltà di uscirne e di affrontare il processo, mentre le richieste di aiuto in pandemia sono aumentate dell'80% (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Tiziana Bagnato
14 febbraio 2022
20:50

«La prima sensazione è quella di vuoto, di una donazione assoluta di se stessi per poi arrivare a perdere se stessi. Per me questo è l’amore». Nel giorno in cui si celebra in tutto il mondo San Valentino, c’è chi a causa dell’amore ha perso tutto quello che aveva, a partire da se stessa, dall’amor proprio, l’autostima, progetti per il futuro e una vista scandita da sogni e rintocchi di cuore.

In pandemia le richieste di aiuto per violenza domestica sono cresciute secondo l’Istat dell’80 per cento. Dati a cui c’è da aggiungere il sommerso, l’amore trasformato in prevaricazioni, umiliazioni e botte, nascosto all’interno del nido familiare o di relazioni perfette con uomini, magari perfettamente inseriti in società, conosciuti e stimati.


Il Pronto Soccorso e la denuncia d'ufficio

Quella di Anna è una storia molto comune e delle quali comunque si parla troppo poco. Anna non ha deciso di denunciare, Anna è arrivata piena di botte e lividi in Pronto Soccorso e da lì è partita una denuncia d’ufficio e ora un processo. Non solo abusi fisici, a fare ancora più male sono spesso quelli psicologici ed emotivi: «Per me è stata una svalutazione continua, sulla mia persona, il mio essere madre e figlia, le mie abilità professionali. Un annullamento costante di tutto ciò che mi riguardava».

Eppure, accanto aveva la persona dalla quale mai si sarebbe aspettata tutta tutto ciò: «Mi sembrava quella persona che non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Anche in quel momento, quando succedeva qualcosa di brutto, non ci credevo che stesse accadendo, era come se aspettassi sempre qualcosa di più grande per crederci».

Anna non ce la fa a denunciare, si procede allora d’ufficio. È lei a spiegarci perché: «Non sono mai riuscita a denunciare perché gli volevo bene e perché l’ho sempre reputato più bravo di me in tutto, culturalmente, dialetticamente, mi diceva che mi avrebbe tolto i figli e anche lui mi ha sempre detto che non mi avrebbero mai creduto».

Con il processo l'inizio del secondo inferno

Ora che la giustizia sta facendo il suo corso non è tutto finito: «C’è un grande senso di solitudine e una costante paura di non farcela. La sensazione è quella di un doppio processo, su di lui e su di me. Come se un secondo inferno fosse iniziato adesso».

Ecco, allora che ci dice: «Forse lo denuncerei dall’inizio, da subito, perché solo così potrei agire con chiarezza. Il problema è che manca un sostegno, la possibilità di aiutare anche lui perché credo ne abbia bisogno. Sono persone che hanno bisogno di aiuto e di cura. Io non ho mai voluto denunciare perché non voglio galera o soldi ma un padre equilibrato per i miei figli e sano».

I centri anti violenza

Anche i centri anti violenza, ci spiega, potrebbero fare di più, specie come sostegno a lungo termine. Perché con la denuncia continuano solitudine, sensi di colpa, la paura di ulteriori mortificazioni, il terrore di non essere credute. Il tutto mentre sul corpo e sull’anima predomina il violaceo dei lividi.

Non se ne parla mai abbastanza, non è ancora chiaro quanti e quali possano essere gli abusi che rientrano nella violenza. Tanto rimane ancora da fare a livello culturale, ancora di più livello sociale.

Giornalista
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