Malagiustizia

La leucemia, il carcere e la gogna mediatica: Filippo Matellicani morto a 33 anni e «tradito dallo Stato»

VIDEO | Il padre del giovane di Tortora: «Lo hanno trattato come il peggiore dei criminali. L’isolamento, i 26 giorni in cella nonostante la malattia, il sequestro della salma: ci batteremo affinché abbia giustizia» 

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di Francesca  Lagatta
29 gennaio 2022
07:30

Filippo Matellicani se n'è andato il 27 gennaio 2018 stroncato da una leucemia fulminante, su un letto del reparto di Ematologia dell'ospedale San Carlo di Potenza. "The king, il re, così lo chiamano gli amici, aveva 33 anni e tanta voglia di vivere, ma era stanco, consumato dalla vergogna e dal senso di colpa. Il suo lungo calvario comincia con la malattia e finisce con un arresto in carcere da cui non si riprenderà mai. Ora, a quattro anni dalla morte, la famiglia chiede verità e giustizia, anche se hanno davanti a sé un muro di cemento armato.

La malattia e l'arresto

Il 19 dicembre del 2013 Filippo scopre di avere una grave forma di leucemia. Si sottopone alle cure e per un po' sta meglio, la malattia a un certo punto regredisce, ma a giugno del 2016 la leucemia ritorna. I medici fissano una visita per il 21 luglio, ma a quell'appuntamento Filippo non ci andrà mai. Due giorni prima i carabinieri lo arrestano. «Filippo è molto malato», dice il padre al maresciallo che lo sta ammanettando. Il militare rassicura il genitore sul fatto che ne sono a conoscenza e proprio per questo suo figlio tornerà a casa prestissimo. Filippo se ne va col certificato medico tra le mani, che forse mai nessuno leggerà.


L'operazione giudiziaria in cui è coinvolto è denominata Frontiera e le accuse per Filippo sono pesantissime. Gli inquirenti ritengono che il giovane sia una pedina della cosca dei Muto di Cetraro e che in associazione ad altri amici muova nella zona di Praia e Tortora i fiumi di droga, avvalendosi anche dell'uso di armi. Con una recidiva di leucemia fulminante, Filippo viene lasciato in cella di isolamento per cinque giorni. Sia il tribunale ordinario che il Riesame respingono la richiesta di scarcerazione. Il medico che lo ha in cura, Michele Pizzuti, scrive che se non si interviene tempestivamente Filippo rischia la morte. Uscirà dal carcere il 13 agosto, 26 giorni dopo l'arresto.

Il drammatico ritorno a casa

Dopo il carcere le sue condizioni si aggravano. L'indice della malattia passa in poche settimane da 0.12 a 0.60. Ma il peggio deve ancora arrivare. Mentre sconta gli arresti domiciliari, viene raggiunto da inviato di una trasmissione televisiva. Filippo, titolare di un'azienda a conduzione fagliare, ha vinto un bando per il servizio di refezione scolastica nel suo Comune, dove suo cugino e omonimo, riveste il ruolo di vicesindaco. La deduzione giornalistica è che Filippo, fino ad allora con la fedina penale immacolata, viene descritto come un delinquente vicino al clan Muto, che si aggiudica l'appalto approfittando della presenza del parente in municipio. Il giovane sprofonda nella depressione. Tortora, il paese in cui vive, è una comunità piccola e gli sguardi e le chiacchiere della gente pesano come un macigno.

Il tritacarne mediatico

Eppure Filippo ha agito nel pieno rispetto delle regole. Lo dice lo stesso cronista nel servizio mandato in onda in tv. L'azienda di cui è titolare, ereditata dal papà, opera nelle mense scolastiche di Tortora da venti anni, nonostante l'avvicendarsi delle amministrazioni. Filippo, che al momento della gara non è neppure imputato, presenta la domanda on line e il Comune non può escludere nessuno. Dopo l'aggiudicazione del bando, la pratica passa al vaglio dell'anticorruzione e dell'antimafia e solo in quel momento, eventualmente, gli enti possono decidere l'esclusione del partecipante. Filippo aveva tutto il diritto di partecipare. Ma dopo la gogna mediatica, il Comune di Tortora sospende il bando in autotutela e la famiglia Matellicani viene sollevata anche dal servizio mensa che presta in una casa di cura. Filippo sente addosso tutto il peso delle responsabilità e le sue condizioni di salute cominciano un costante declino.

Filippo era una pedina del clan Muto?

La risposta è no. Lo dice il giudice del tribunale di Paola con la sentenza di primo grado. Il boss Franco Muto viene condannato per il reato di "elusione della confisca aggravato dal metodo mafioso", ma assolto dall'accusa di associazione mafiosa di cui sarebbe all'apice. Nel Tirreno cosentino, dicono i giudici, non esiste più alcuna organizzazione di 'ndrangheta e non esiste nemmeno l'associazione a delinquere di cui sono accusati Filippo e i suoi amici nel filone dello spaccio di droga nelle piazze di Praia a Mare e Tortora. Di quelle armi di cui parla l'inchiesta originaria non verrà mai trovata traccia. Il giudice parla di spacciatori che agiscono in modo autonomo, che nulla hanno a che fare con il clan cetrarese e i suoi affari. Ma Filippo non otterrà giustizia, perché è già morto da un anno e mezzo.

Sete di giustizia

È gennaio 2018. Filippo si aggrava fino alla morte dopo che un mese prima si erano riaccese le speranze grazie al trapianto di midollo di sua sorella Lidia. «Mio figlio - dice ancora Franco - era un ragazzo perbene e se aveva commesso degli errori era pronto a pagare, ma non con la vita. Lo hanno trattato come il peggiore dei criminali. Ma perché non gli sono stati concessi i domiciliari come è stato fatto per altri indagati con minori a carico della stessa inchiesta? Perché nessuno ha tenuto conto della sua malattia?». Sono domande a cui nessuno finora ha dato una risposta. Nessuno degli avvocati fin qui interpellati, ha accettato l'incarico di accertare eventuali responsabilità. «Hanno paura di ritorsioni - ha detto il papà - non vogliono inimicarsi i giudici».

Senza pace 

Eppure le controversie di questa storia non finiscono nemmeno innanzi alla morte. Quando il cuore di Filippo (che è ancora agli arresti domiciliari) cessa di battere, la sua salma viene immediatamente sequestrata. La famiglia ha un sussulto, non è così che funziona in un Paese civile. Il poliziotto concede alla famiglia di vederlo ancora qualche minuto ma, come racconta il padre, a patto «di non urlare e non piangere». La veglia dura una manciata di minuti e la salma viene nuovamente sottratta ai cari. 

È stato come vederlo morire per la seconda volta. Il papà reagisce, chiama i carabinieri. «Maledizione, dove volete che scappi mio figlio da morto?». Solo così, dopo pochi minuti, la salma viene restituita ai famigliari. Mentre lo racconta, Franco singhiozza: «È stato trattato peggio dei criminali, da vivo e da morto. Ci batteremo come leoni affinché nostro figlio possa finalmente riposare in pace, andremo contro tutto e tutti, se è necessario. Nessuno dovrà mai passare quello che ha passato il nostro Filippo. Dobbiamo mettere fine a questo continuo massacro». 

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