Lamezia, 29 anni fa l’omicidio dei coniugi Aversa: una ferita ancora aperta

Come ogni anno, il sovrintendente di Polizia e la moglie verranno ricordati con una funziona religiosa e una corona di fiori da parte del questore. Un delitto drammatico maturato nel periodo più buio della città

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di Tiziana Bagnato
4 gennaio 2021
16:04

Altro che zona rossa, arancione e gialla. Quel quattro gennaio del 1992 il corso di Lamezia Terme era affollato come sempre. La consuetudine del passeggio andava a braccetto con la corsa per i regali dell’Epifania. Anche il sovrintendente di Polizia Salvatore Aversa e la moglie Lucia Precenzano avevano appena fatto incetta di doni per i nipotini ed erano stati a trovare una coppia di amici.

L'omicidio dei coniugi Aversa

Stavano rincasando a casa, non sapevano che quegli stralci di festività natalizie, quelle vie piene di luci e colori, sarebbero stati gli ultimi istanti di vita vissuta. Vennero uccisi con una pioggia di proiettili, quindici colpi calibro 9, mentre stavano salendo in auto. I carabinieri giunti sul posto dopo avere ricevuto una telefonata che parlava di una “sparatoria” in via dei Campioni, trovarono la peugeot 205 con la portiera anteriore aperta e all’interno riverso con la testa sul volante il corpo senza vita di Aversa. Dall’altro lato dell’auto, agonizzante sull’asfalto, la moglie che sarebbe morta durante il trasporto in ospedale.


Il duplice omicidio dei coniugi Aversa è a 29 anni di distanza ancora una ferita aperta per Lamezia. Una città da sempre dilaniata, che fatica a trovare una sua identità, e che in quegli anni venne divorata dalle lotte tra i clan e dalle ombre malavitose sulla politica. Soltanto un anno prima era stato sciolto per mafia il consiglio comunale e due uomini onesti e lavaratori, Francesco Tramonte e Pasquale Cristiano, erano stati scelti come vittime sacrificai della lotta sugli appalti per la raccolta dell’immondizia.

La testimonianza di Cerminara

Era un poliziotto impegnato il sovrintende Aversa, un uomo dello Stato, indagava con piglio e spirito di sacrificio, senza avere timore di gettare lo sguardo su temi scomodi. Le indagini si indirizzarono sin da subito sulla malavita locale e su possibili testimoni oculari, visto che l’omicidio si era consumato in centro città in un orario in cui c’era in giro molta gente.

Si fece avanti una donna, Rosetta Cerminara, una donna esile e minuta che sarebbe diventata prima un’eroina, una super testimone, colei che aveva messo a repentaglio la propria vita per amore della giustizia, poi, dopo anni, una millantatrice condannata per truffa aggravata ai danni dello Stato, falso e calunnia. Come in una fiction di serie B negli anni venne fuori una verità meschina: per vendicarsi del suo ex fidanzato la Cerminara accusò questi e l’amico. Giuseppe Rizzardi e Renato Molinaro finirono in un primo momento in carcere, ma vennero poi assolti segnando un clamoroso fallimento delle indagini ancora oggi studiato come esempio giudiziario.

Il ruolo dei pentiti

Bisognerà aspettare il 2000 perché due collaboratori di giustizia della Sacra corona unita pugliese, Stefano Speciale e Salvatore Chirico, confessino di essere i killer e di avere premuto il grilletto per conto di Antonio Giorgi, presunto esponente dell’omonimo clan di San Luca, dietro la promessa dell’annullamento di un debito per droga. A tirare le fila di tutti i burattini sarebbe stato il boss Francesco Giampà poi condannato. Tanti i punti ancora oscuri, gli interrogativi senza risposta, tanto che più volte si è parlato di una possibile riapertura del processo. 


Oggi, come ogni anno, nella Cattedrale di Lamezia Terme, il Vescovo S.E. Giuseppe Schillaci celebrerà una messa di commemorazione e, a seguire, il questore della provincia di Catanzaro deporrà una corona di fiori alla lapide che ricorda l’evento posta dove aveva sede il Commissariato di Pubblica Sicurezza.

 

Giornalista
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