Lamezia, 32 anni fa l’omicidio della guardia giurata Antonio Raffaele Talarico

A soli 50 anni, l’uomo venne ucciso da alcuni membri di una cosca di Sambiase decisi a imporre il racket delle guardianie. Solo nel 2009 è stato riconosciuto vittima innocente di mafia

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di Tiziana Bagnato
2 settembre 2020
20:02
Antonio Raffaele Talarico
Antonio Raffaele Talarico

Era l’alba del 2 settembre di 32 anni fa, nel 1988, quando una guardia giurata veniva uccisa mentre si apprestava a prendere servizio nell’azienda in cui lavorava da anni. Aveva solo cinquanta anni Antonio Raffaele Talarico e ci sono voluti decenni affinché venisse annoverato tra le vittime di mafia. Eppure, su quel padre di famiglia crivellato di colpi non risultavano macchie o ambiguità e il brutale omicidio venne rapidamente inquadrato nella lotta per le guardianie che in quegli anni avvelenava Lamezia.

L'omicidio Talarico

La ‘ndrangheta esercitava pressioni sul tessuto economico non solo chiedendo il pizzo, ma anche imponendo le assunzioni dei guardiani. E l’uccisione di Talarico sarebbe stata la prova di forza per sottolineare il loro dominio e piegare gli imprenditori ai loro voleri.  Antonio Raffaele prestava servizio in un cantiere edile di Località Bagni, era stato tra i primi ad avere negli anni Sessanta il decreto prefettizio di Guardia Particolare Giurata.


 

Anche quella mattina, come sempre da venti anni, si stava recando al lavoro, ma venne colpito alle spalle da diversi colpi di arma da fuoco. Per anni il delitto rimase senza colpevoli: si era individuata la pista, capito il contesto ma non si riusciva a mettere a segno il colpo. Diversi esponenti di una cosca di Sambiase, tra i quali Peppino Pagliaro e Salvatore, vennero rinviati a giudizio, ma il procedimento a loro carico venne archiviato per mancanza di prove. 

Le parole del pentito D'Elia 

Poi la svolta. Nel 1996 un ex esponente del clan, divenuto collaboratore di giustizia, si decise a parlare. Era Pasqualino D’Elia e confessò di avere preso parte all’omicidio. Nel 2011 è arrivata la sentenza di primo grado che portò alla condanna di D’Elia, reo confesso. Una vicenda giudiziaria che si concluse con la conferma in secondo grado e anche in Cassazione.

Un’altra vittima innocente Talarico che si va ad aggiungere ad un mosaico di certo non povero di tessere e composto in anni bui, in cui non si risparmiava sulle pallottole. Anni di sangue e faide, di delitti ancora oggi irrisolti e assetati di giustizia. 

Giornalista
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