Burocrazia cieca

Limbadi, straziato dall’autobomba che uccise il figlio: ora l’Inps presenta a Vinci il conto per il ricovero

VIDEO | Sopravvisse miracolosamente all’attentato con ustioni di secondo in tutto il corpo. Dopo 78 giorni di degenza in ospedale a Palermo, pensione decurtata e un bollettino di pagamento (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
16 dicembre 2021
19:42

La cinica applicazione della norma e una gelida burocrazia statale non hanno pietà per Ciccio Vinci. La sua degenza a Palermo si protrasse ben oltre i 29 giorni coperti dallo Stato e così dovrà pagare di tasca sua. Come? Attraverso una riduzione dell’assegno sociale e il pagamento di un bollettino.

«Come se mio marito fosse stato in un hotel in vacanza e non un ospedale a combattere per sopravvivere», dice sua moglie Sara Scarpulla. E già, perché nell’Unità di Terapia delle Ustioni, al civico di Palermo, Ciccio Vinci fu trasportato in elisoccorso immediatamente dopo l’esplosione dell’autobomba che il 9 aprile del 2018 spezzò la vita, tra atroci sofferenze, di suo figlio Matteo. Ciccio riportò ustioni di secondo e terzo grado sul 20% del corpo, che resero necessarie cure delicatissime, impianti di pelle ed un ricovero di ben 78 giorni. Servì più di un anno affinché le cicatrici guarissero. Ma le conseguenze di quello strazio sono ancora vive sui suoi arti, nella sua mente e nel suo cuore, malgrado i medici abbiano compiuto un lavoro davvero straordinario.


«Gentile Signore – scrive l’Inps – in seguito ai dati trasmessi dal Ministero della Salute abbiamo provveduto a rideterminare l’importo della sua pensione. Sulla base dei nuovi calcoli gli importi della pensione relativi al corrente anno sono così variati: importo mensile Novembre 2020 551,57 euro, Tredicesima 551,57 euro. Pertanto è stato corrisposto un pagamento superiore a quanto dovuto per un importo complessivo di 454,81 euro. Non potendo recuperare tale importo direttamente sulle pensioni di cui lei è titolare, il pagamento dovrà essere effettuato a mezzo Avviso di pagamento PagoPa». Segue bollettino.

La vicenda viene dunque alla luce, subito dopo la sentenza di primo grado che ha condannato all’ergastolo Rosaria Mancuso ed il genero Vito Barbara, e ad un anno dal provvedimento della Previdenza ed in pendenza del ricorso. «Abbiamo seguito la prassi per far valere i nostri diritti – continua Sara – Abbiamo impugnato questa decisione, abbiamo anche interessato il senatore Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che ringraziamo per la sua sensibilità. Ma ora vogliamo portarla all’attenzione della pubblica opinione affinché vi sia una piena presa di coscienza di come funzionano le cose nel nostro Paese. Se lo Stato fosse stato tempestivo a suo tempo, forse si sarebbe evitata la morte di mio figlio. Davanti alla degenza di mio marito, dopo un attentato di quella portata, è invece così solerte».

«In quell’ospedale – scrive Vinci nel ricorso attraverso il quale ha impugnato il provvedimento dell’Inps – sono rimasto fino al 26 giugno, giorno in cui un’ambulanza mi riportò a casa, dove ho potuto finalmente seppellire mio figlio Matteo. Racconto tutto questo – aggiunge – per dire che non mi sono recato in un istituto o in una comunità, ma sono stato ricoverato, mio malgrado, in un nosocomio dove ho subito trattamenti sanitari senza i quali oggi non sarei qui».

Ma com’è possibile che gli sia stata decurtata la pensione per saldare le spese di degenza? La ratio della norma - spiega nel suo ricorso, redatto con l’ausilio di una consulente di fiducia - «è chiara e prevede la sospensione dell’indennità solo in caso di ricovero presso un “istituto” o “una comunità”, vale a dire una struttura in cui venga garantito al pensionato quel sostentamento, a carico di enti pubblici, del quale ordinariamente beneficia attraverso l’erogazione dell’assegno sociale». La Cassazione, però, «ha precisato che la nozione di ricovero prevista dalla legge deve intendersi come “limitata ai soli casi di lunga degenza e terapie riabilitative, con esclusione delle condizioni contingenti che richiedono il ricovero temporaneo in strutture pubbliche” e successivamente ha statuito che il ricovero presso un ospedale pubblico non costituisce sic et simpliciter l’equivalente del “ricovero in istituto”». Insomma, difesa “tecnica” ad una pretesa burocratica.

Il caso, però, ripropone, nuovamente, il tema della spietatezza della burocrazia e della cinica applicazione di norme che producono abnormi ingiustizie sociali. «Chiedo – chiosa Ciccio Vinci nel suo ricorso – che a partire dal mio caso si possa strutturare una norma in modo che le vittime della criminalità organizzata possano ricevere una particolare tutela, perché ancor più dell’esborso economico, in casi come questi, colpisce l’indifferenza della Pubblica istituzione, che seppur non voluta, emerge dal provvedimento impugnato»

Giornalista
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