Il processo

Locride, bruciò vivo il compagno nella sua auto: chiesto l’ergastolo per la donna e 30 anni per il suo amante

Al tribunale di Locri la requisitoria per la morte di Vincenzo Cordì, il cameriere trovato carbonizzato nel 2019 a San Giovanni di Gerace. Nel processo è coinvolto anche il figlio della Brescia

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di Ilario  Balì
18 maggio 2022
19:30
Il luogo del delitto; nel riquadro Cordì
Il luogo del delitto; nel riquadro Cordì

Il pm della Procura di Locri Marzia Currao ha chiesto la pena dell’ergastolo per Susanna Brescia, accusata della morte del suo convivente Vincenzo Cordì, il cameriere trovato cadavere all’interno della sua auto a San Giovanni di Gerace in località Scialata nel novembre 2019. In Corte d’Assise al termine di una requisitoria durata circa 7 ore il pubblico ministero locrese ha invocato anche 30 anni di carcere a testa nei confronti di Giuseppe Menniti, ritenuto l’amante della donna, e Francesco Sfara (il figlio di lei), mentre ha chiesto l’assoluzione per l’altro figlio Giuseppe Sfara.

Secondo l’impianto accusatorio, ricostruito con dovizia di dettagli dal pm in aula, la Brescia, al fine di depistare le indagini, ha tentato di far credere agli inquirenti che il compagno si fosse suicidato a causa del periodo di depressione che stava attraversando. Al setaccio una serie di screenshot che gli imputati non avevano cancellato dai loro smartphone e che hanno aiutato gli inquirenti a mettere a posto i pezzi del puzzle costruito dai due amanti per indirizzare le indagini proprio verso il suicidio.


«Molti sono gli elementi che facevano ritenere che lui non poteva essersi suicidato – ha detto il pm – Egli non aveva mai manifestato la volontà di suicidarsi, tranne che dall’imputata Brescia. Era una persona semplice, solare e positiva, di indole buona e disponibile. Un uomo tranquillo, un lavoratore attento e demoralizzato per la propria situazione familiare, come confermato da tutti i testimoni. Nessuno ha mai creduto al suicidio e il dna sull’accendino antivento ritrovato sul posto corrisponde a quello di Susanna Brescia». A confermare il rapporto tutt’altro che idilliaco tra Brescia e Cordì anche un tentativo di avvelenamento dell’uomo nel 2016, quando l’uomo venne ricoverato per intossicazione da barbiturici.

Per l’accusa l’atroce delitto sarebbe stato commesso di notte, al buio, quando su tutta la Locride imperversava una forte ondata di maltempo. E proprio quella notte, il bagliore di un lampo avrebbe permesso di illuminare l’auto a luci spente di Susanna Brescia. Il dettaglio ha consentito agli investigatori di collocare nel tempo l’orario di partenza della vettura, una Punto grigia, verso il distributore di benzina di cui si sarebbero serviti i presunti responsabili per riempire la tanica e dare alle fiamme il corpo e l’auto della vittima. «Cordì è stato condotto con l’inganno dalla compagna a spingersi in aperta montagna – ha spiegato il pubblico ministero - prima di essere tramortito e cosparso di benzina all’interno della sua Fiat Sedici».

Ad incastrare invece Giuseppe Menniti sarebbe stata la sua calvizie, comparsa agli occhi degli investigatori attraverso le telecamere di videosorveglianza durante il suo secondo passaggio al distributore dopo che primo, sebbene con gli stessi vestiti, sia stato eseguito da incappucciato. Dalla ricostruzione del fatto, il residuo dell’importo (10 euro) utilizzato per riempire la tanica di benzina, sarebbe stato sfruttato in un secondo momento per il rifornimento dell’auto della donna guidata dal figlio Francesco Sfara. Adesso la palla alle arringhe delle parti civili e dei legali degli imputati. La sentenza di primo grado è prevista per i primi di giugno.

Giornalista
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