«Petrini massone deviato, pagai 70mila euro per uscire»: Mantella sul magistrato arrestato

La rete massonica di amicizie, regali e favori per arrivare al giudice tratto in arresto. I legali passpartout. E il ruolo nascosto del magistrato: «Lo chiamavano il bolognese, il porco, quello con la gonnella»

di Alessia Candito
16 gennaio 2020
11:23

Fratelli di grembiule, fratelli di segreto che rende complici al di là di ordini professionali, ambiti di intervento, leggi dello Stato.

«Ma Pino è fratello nostro?» chiede il presidente del Credito cooperativo di Crotone. «Sì è dell’Opus dei» risponde l’ex dirigente Asp, Emilio “Mario” Santoro. E poco importa che l’obbedienza o il credo massonico siano diversi. Dietro grembiuli e paramenti si è tutti fratelli. Ed è in quest’ambito che si attiva la rete sociale su cui Pino Tursi Prato contava per ribaltare la sentenza che lo obbligava a restituire quanto incassato a titolo di vitalizio, revocato dopo la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa.

Canali massonici per arrivare al giudice

L’ex consigliere regionale aveva 156mila euro di buoni motivi di preoccuparsi di un’eventuale pronuncia sfavorevole.

Ma per sistemare le cose aveva trovato «canali», confessa all’ex consigliere regionale, Nicola Adamo, già finito nei guai nell’inchiesta Rinascita Scott per aver accettato di aggiustare una sentenza in cambio di 50mila euro.

Deve farlo, da Adamo ha bisogno di un favore, un intervento presso il direttore generale dell’Asp di Cosenza per Mario Santoro. E Santoro è la chiave per arrivare a Marco Petrini, presidente della Terza Sezione della Corte d’appello di Catanzaro e della Commissione tributaria arrestato nell'ambito dell'operazione Genesi. Massone anche lui. Anzi, dice il pentito Andrea Mantella è «un massone deviato, chiamato in gergo "il bolognese"». Oppure "quello con la gonnella" o "il porco". In merito a quest'ultimo soprannome riferisco che il riferimento è anche in riferimento alle donne».

Le rivelazioni di Mantella

Le fonti da cui lo ha saputo? Di livello nel mondo dei clan. «Da Domenico Bonavota, da Ernesto Grande Aracri, dallo stesso Abramo Giovanni ed anche da Nicolino Grande Aracri» snocciola al magistrato che lo interroga.

«Mi hanno riferito che vi erano rapporti di amicizia fra l'avvocato Staiano e il dottore Petrini e che quest'ultimo gradiva avere qualche regalo in cambio di ammazzare sentenze, preferibilmente denaro, orologi, comunque beni che non lasciavano traccia»

.Mantella ne sa tante sul giudice. «Ribadisco – dice - che Marco Petrini fa parte della congrega sopra descritta e che mangia "come un porco", accetta soldi cash, auto a noleggio, soggiorni turistici, orologi e piaceri sessuali in genere».

Avvocati passpartout

C’erano dei canali privilegiati per accedere a lui «Salvatore Staiano, Giancarlo Pittelli, Anselmo Torchia, Nicola Cantafora, Francesco Gambardella, i quali tutti svolgono attività di avvocato».

Una conferma in fondo di quanto sostenuto in altra sede da un altro collaboratore, Cosimo Virgiglio, massone di alto rango finito al servizio dei Molé, che ai pm che lo hanno più volte interrogato ha spiegato che «nella tornata del 1993 si decise di evitare l'ingresso dei magistrati, facendo incetta di persone a loro vicine, ovvero avvocati, che li potessero avvicinare soprattutto per i giudizi di appello o Cassazione, perché in primo grado non si poteva fare niente».

«Staiano nelle mani dei Grande Aracri»

Petrini, stando a Mantella, in massoneria ci stava. Ma per arrivare a lui si preferiva seguire il canale dei legali. Staiano, in primis.

Un soggetto – dice il pentito - «nelle mani di Nicolino Grande Aracri». Affermazioni pesanti, ma di cui l’ex killer è certo «Nello studio dell'avv. Staiano lavorava un fratello di Nicolino Grande Aracri e con fiumi di denaro aggiustavano processi. La strategia era quella di far cadere le accuse di maggiore gravità».

A detta sua, lo davano per certo anche elementi di rilievo del clan come Abramo o Ernesto Grande Aracri, imputati per omicidio ed associazione mafiosa. «Si rivolgevano, per il tramite dell'avvocato Domenico Grande Aracri, all'avv. Staiano, il quale aveva il compito di aggiustare il processo» dice.

Una scarcerazione da 70mila euro

Ma non si tratta solo di voci riferite, anche lui ha “sperimentato” le capacità del legale. «Sono stato scarcerato attraverso certificati che attestavano la mia malattia; io ho dato 65.000 o 70.000 euro all'avvocato Staiano, il quale mi disse che servivano per ungere e per farmi ottenere la scarcerazione. Ricordo che in quella vicenda c'erano i magistrati Battaglia e Marchiano; le cose andarono cosi: io volevo andare via dalla detenzione a Villaverde; inizialmente proposi all'avvocato Staiano di utilizzare un Porsche di cui avevo la disponibilità; l'Avvocato mi chiese se avevo la disponibilità del controvalore dell'auto pari a circa 65.000, io dissi che avevo i soldi». Denaro servito allo scopo, afferma Mantella.  «L'avvocato Staiano mi disse che con quei soldi sarei stato scarcerato, preciso che glieli diedi dopo la scarcerazione».

I consigli del giudice per far assolvere il boss

Di certo il legale – avvisa il pentito – di contatti ne aveva con il mondo della magistratura. «Vantava amicizie con i magistrati Battaglia e Rinauro; inoltre disse che era in grado di ammorbidire il magistrato Marchiano». Oltre che con Petrini, con cui i rapporti erano più che confidenziali.

Monitorando il giudice, gli investigatori li intercettano più e più volte insieme. A Staiano, difensore di Nicolino Grande Aracri, Petrini, all’epoca presidente del collegio che avrebbe dovuto giudicare il boss, dà persino consigli per l’arringa difensiva «guarda ti posso dire che una buona...grande, una buona discreta difesa se l'è fatta da solo [...] ecco... leggiti le dichiarazioni spontanee che ha fatto, ha fatto una difesa seria».

Silenzio assenso

E quando i loro rapporti saltano fuori e Staiano lo viene a sapere dagli atti di un processo in cui è impegnato come difensore di un altro legale, quasi indignato entra nell’ufficio di Petrini e si mette a pontificare: «mo' mi stanno investigando qua', la Distrettuale... so pure chi è il Pubblico Ministero, so' pure chi è il collaboratore». Ne parla quasi come un affronto «ho visto i cazzi miei, ho detto "ma qua sono malati di testa».

Di fronte ad un impassibile Petrini, il legale continua «sono andato in Distrettuale "si dice, che io paghi un Giudice di Corte d'Assise", "e chi?" "Petrini". Poi che "pagammi" (espressione dialettale catanzarese, inteso, "abbiamo pagato", ndr) un altro giudice... poi che avevo un rapporto intimo col Pubblico Ministero, poi che sono cocainomane, poi che gestivo i soldi della mafia reggina... la mafia reggina sì, che li avrei gestiti... e al riguardo aggiungeva: avevo cento milioni di euro da parte». Petrini non proferisce verbo, non si indigna, non si preoccupa. Anzi, si legge nell’informativa redatta da chi ha monitorato anche visivamente quell’incontro «si poteva notare come il Petrini ascoltasse le V parole proferite dallo Staiano "in modo serenamente passivo"». E chi tace concorda e acconsente.

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