Maxifrode in Lombardia, anche il settore rifiuti nel mirino del clan di ‘ndrangheta

La figura al centro dell’inchiesta avrebbe avuto legami con esponenti della cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti: «Lavoriamo praticamente con tutte le famiglie mafiose»

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di Redazione
28 gennaio 2020
14:16

Nel corso di una cena in un ristorante a Verbania, nel marzo 2018, il presunto boss della 'ndrangheta Bartolo Bruzzaniti avrebbe offerto ad Alessandro Magnozzi, arrestato oggi e 'protagonista' principale dell'inchiesta milanese che ha portato a 18 arresti eseguiti dalla Gdf, anche «l'opportunità di entrare in un nuovo business afferente il settore dei rifiuti che, a suo dire, gli avrebbe fruttato un guadagno di circa 4 milioni di euro all'anno». È uno dei dettagli che emergono dall'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Livio Cristofano, su richiesta dei pm Sara Ombra e Gianluca Prisco, coordinati dall'aggiunto della Dda Alessandra Dolci.

 

Dalle 270 pagine dell'ordinanza, oltre al ruolo di Magnozzi, amministratore della Nts srl e di fatto anche di un reticolo di società 'cartiere', e ad una presunta maxi frode fiscale da 160 milioni di euro nel settore delle telecomunicazioni e in particolare "nella tecnologia Voip", emergono pure i racconti di una serie di imprenditori vittime di episodi di usura. Sarebbe stato proprio lo stesso Magnozzi, stando agli atti, ad individuare le persone da 'strozzare' con prestiti, perché versavano «in difficoltà economiche».

 

In più, viene a galla il fronte dei rapporti tra Magnozzi, finito in carcere, e il clan della 'ndrangheta calabrese, radicato anche a Milano, dei Bruzzaniti inserito nella "cosca della Locride dei Morabito-Palamara-Bruzzaniti". Agli "incontri" tra Magnozzi e «i membri della famiglia Bruzzaniti», scrive il gip, era presente, tra gli altri, anche Gianpietro Paolo Paleari, finito oggi ai domiciliari. Tra l'altro Maria Morabito, moglie di Antonio Bruzzaniti, sarebbe stata assunta "nella Sistema srl", una delle società riconducibili a Magnozzi. E allo stesso tempo Francesca Maviglia, moglie del fratello di Antonio, Bartolo Bruzzaniti, sarebbe stata assunta nel 2016 in una altra società delle 'rete' del presunto capo dell'associazione criminale.

 

L'inchiesta, come emerge dall'ordinanza, è partita dalla ricostruzione di «un giro di usura nel territorio di Monza e Lecco» che sarebbe stato gestito «da un imprenditore pisano, appunto Magnozzi» e da Paleari, «pregiudicato e già sottoposto a misure di prevenzione». Tramite quest'ultimo, l'imprenditore, secondo il gip, sarebbe entrato «in contatto con esponenti di famiglie 'ndranghetiste da tempo insediatesi in Lombardia».

 

Alle vittime di usura venivano prestati soldi tramite "bonifici bancari" o in contanti. Una di queste, ad esempio, ha raccontato a verbale di aver ricevuto in prestito nel 2015 20mila euro e che gli venne applicato un interesse "dell'80%". Un altro teste ha spiegato: «Sì, purtroppo ho conosciuto il signor Magnozzi Alessandro verso la fine del 2015 perché mi trovavo in difficoltà economica in considerazione di mancati pagamenti del ramo d'azienda». Dovette ridare i soldi indietro e con un interesse di oltre il 50%.

 

Agli atti anche intercettazioni tra Paleari e Edoardo Novella, figlio del boss della 'ndrangheta Carmelo Novella, che fu al vertice delle cosche in Lombardia e venne ucciso in un agguato nel 2008 nel Varesotto. In una telefonata Paleari forniva a Novella «informazioni su come raggiungere gli uffici di Magnozzi».

 

Lo stesso Magnozzi, tra l'altro, in un'altra intercettazione spiegava che Bartolo Bruzzaniti, come riassume il gip, «si occupa di tutto ciò che è connesso ai rifiuti» e che gli aveva proposto di diventare «amministratore di un consorzio che si occuperebbe delle trasformazione di materie plastiche con grandi margini di guadagno da dividere».

 

Tra le imputazioni contestate a Magnozzi, assieme ad altri, anche una presunta tentata estorsione, aggravata dal metodo mafiosa, da circa "70-80 mila euro". La vittima in questo caso sarebbe stata minacciata con frasi come «se ti dobbiamo sparare non ho problemi a farti sparare... noi lavoriamo praticamente con tutte le famiglie mafiose». La Gdf oggi ha eseguito anche sequestri di beni, tra cui anche quadri, per oltre 34 milioni di euro.

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