La moda ai tempi del coronavirus e cosa cambierà passata la pandemia

VIDEO | Il Covid anche per in questo settore ha rappresentato uno spartiacque. Meno consumismo e meno usa e getta. L'intervista allo stilista calabrese Mario Triolo Costantino

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di Gabriella Lax
8 maggio 2020
07:52

Fino ad oggi la moda è stata consumismo e corse contro il tempo, ma le cose cambiano e ad anticiparlo è stato lui, Re Giorgio Armani che ha parlato dell’emergenza coronavirus come di una «meravigliosa opportunità per rallentare tutto, per disegnare un orizzonte più autentico e vero».

Come stanno vivendo questo momento particolare gli stilisti? Lo abbiamo chiesto al calabrese Mario Triolo Costantino. A febbraio di ritorno da Milano ha partecipato con la sua collezione alla Fashion week.

 

Adesso ha trascorso le settimane a Catanzaro Lido, a casa, in una stanza adibita a laboratorio: con macchine da cucire da cui crea i prototipi o, come ha suggerito la critica, «misura le nuvole» per l’abbondanza di tulle nelle sue creazioni. È tornato in Calabria ad ottobre 2019. «Dopo aver finito una collaborazione importante in Puglia. A casa dopo aver vissuto per 17 anni in Emilia Romagna. A casa per rimodulare la mia vita professionale, fare una pausa, schiarirmi le idee, per ricominciare un nuovo percorso – anche se - tutto sembra estremamente più difficile qui». Mette basi nuove e solide al progetto che sta portando avanti».

 

Come ha influito la condizione di chiusura sulla creatività questo periodo?

«Dal punto di vista creativo l’unica via di fuga è la mente. Fortunatamente ho una mente che è difficile tenere a bada e quindi riesco ad andare via a distruggere le mura che ho intorno. Dal punto di vista della progettazione: ho una capsule già in tre show room, due sul territorio nazionale e per il resto ho un agente su Germani ed Austria, ma è tutto bloccato. Da casa sto progettando una nuova capsule e non ho nessuna intenzione di chiudere in date specifiche perché questo periodo ha la peculiarità di farci capire come diceva il maestro Armani: basta fare corse all’infinito. Si consegna una collezione e subito si prepara l’altra. Vivo a metà perché la parte creativa è al massimo perché questi periodi io li vivo come una sfida, è inutili farsi boicottare dalla situazione, bisogna reagire.

Dal punto di vista produttivo è stato tutto un massacro. Ciò che ha detto il maestro è la pura verità ed è ciò che da un po’ di tempo si percepiva nel sistema. È un lavoro disumano per i creativi: buttare fuori collezioni quando ancora quelle consegnate in precedenza sono ancora nei negozi. Il fatto di non dover pensare più alle stagioni io  già non lo facevo in precedenza. La collezione di cui parlavo prima non ha stagionalità.

Ho realizzato dei capi importai, il day by day lo lascio ad altri. Io mi vedo come un designer che fa capi riconoscibili, importanti, non usa e getta. Per questo mi ritrovo ancora di più nelle parole di Armani. Voglio fare capi che puoi indossare una o due volte ma che comunque nell’armadio ti suscitano dei ricordi. Ed è questo il mio focus insieme a Davide Muccinelli e Giacomo Tanzarella. Il progetto nasce dall’idea di fare capi particolari, intensi, che esulano dal capo usa e getta che non sono nelle mie corde».

 

Dopo la pandemia cosa cambierà per la moda?

«Salterà chi non ha una visione del mondo aggiornata, dal punto di vista stilistico, ma anche dal punto divista imprenditoriale: persone che hanno aziende che producono abbigliamento. Non si può pensare che tutto sia come prima, perché a monte chi fa grossi numeri ha grosse spese. Questo periodo è servito ai big della moda per capire che va allentata la cinghia. E, per una reazione a catena, ci finiranno in mezzo tutti coloro che fanno parte della filiera.

Chi non sarò illuminato da punto di vista imprenditoriale non se la passerà bene. Ci vogliono progetti fatti con coerenza e con competenze e soprattutto con un obiettivo e con un focus».

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