Un mondo di cure e amore, nella casa protetta di Monterosso il coronavirus non fa paura

VIDEO-REPORTAGE | Qui rigidi protocolli per proteggere gli anziani ospiti sono stati adottati ben prima che in Italia scattasse il lockdown. Il nostro viaggio nella struttura Villa delle Rose, modello di comportamenti virtuosi 

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di Cristina Iannuzzi
12 aprile 2020
09:00

C'è un luogo blindato ben prima che in Italia scattasse il lockdown. Quando il virus che ha paralizzato il mondo si affacciava in Europa. Un luogo che ospita persone fragili, da proteggere. Non nell’opulento e virtuoso nord del Paese, ma nel profondo sud.

 

Benvenuti a Monterosso Calabro. Siamo nelle Preserre vibonesi: è un borgo suggestivo, antico, ricco di tradizioni e di cultura. Immerso nel verde rigoglioso, è una terrazza sull’Oasi dell’Angitola. Qui c'è Villa delle Rose. È una casa protetta che - nell’era del coronavirus, nella Calabria delle stragi nelle Rsa - si pone come un modello assoluto di comportamenti virtuosi.

Una operatrice che sanifica l'ingresso ci dà il benvenuto. «È un'operazione che avviene di continuo, più volte al giorno», dice. All'interno, ci accoglie il direttore della struttura, Antonio Soccorso Capomolla. Il dottore ci accompagna in uno spogliatoio, tappa obbligata per chiunque abbia, in questo periodo, il privilegio di accedere nella casa. È necessario indossare diversi dispositivi di protezione per ridurre al minimo la possibilità di contaminare la struttura nella quale trovano ospitalità anziani e non solo. La vestizione non è complicata, ma va effettuata con cura. I vecchi guanti vanno gettati. La mascherina si tiene solo è a norma. I calzari, poi la tuta. I nuovi guanti.

Mentre indossiamo i “dpi”, spiega: «Abbiamo fatto sin da subito una ricerca sui fattori di rischio all'interno delle Rsa e così abbiamo adottato il nostro protocollo». Fondamentale, prima di ogni altra cosa è, però, «la consapevolezza degli operatori». Perché, in un'Italia di medici ed infermieri eroi, negli ospedali come nelle Rsa, forse è stata la leggerezza di qualche dipendente ad introdurre il virus killer nelle case di riposo italiane.

L'attenzione per la sicurezza, in questa struttura, è maniacale, quasi religiosa. Sulle porte un «vademecum» che – dice il dottor Capomolla – il personale deve conoscere e ripetere come una preghiera: «È il nostro rosario».

Le regole e le buone pratiche qui sono la stessa cosa. Seconda tappa: la misurazione della temperatura corporea e poi la sua annotazione su un apposito registro.

Villa delle Rose è una nave che viaggia sicura in un mare in tempesta. Il dottor Capomolla, però, teme un calo dell'attenzione: «Le misure di distanziamento sociale ed i protocolli adottati hanno dato buoni risultati – spiega il medico – ma adesso non bisogna abbassare la guardia. Anzi, è proprio questo ciò che temo. Temo si abbassi la guardia». Il direttore sanitario monitora tutti i giorni i focolai e le mappe del contagio, insomma «se conosci il nemico (e del Covid 19 purtroppo sappiamo poco), lo eviti e soprattutto lo combatti».

Qui si pensa a tutto. Anche a tenere pronte due stanze di isolamento per eventuali infezioni da Covid 19. Su due piani diversi. Sono attrezzate di tutto punto, anche se le probabilità che qui arrivi un contagio sono infinitesimali.

Andiamo al piano superiore, dove c'è il cuore della casa: i suoi pazienti, le loro attività quotidiane. È un mondo di cure e d'amore quello che ci viene incontro, dove il coronavirus è un pericolo che non viene percepito nonostante i dispositivi di protezione che avvolgono operatori ed operatrici. Qui ci si ricorda di tutto, perfino di festeggiare il compleanno di ogni ospite.

Il contatto con l'esterno avviene grazie alla tecnologia, ad internet, a Skype. C'è anche un’anziana donna che tiene in braccio il suo bambolotto. «Lui è Franco», ci dice. L'operatrice che l'assiste spiega che quel bambolotto è una terapia non farmacologica, più potente di qualsiasi altra medicina. Un tempo questa donna camminava inquieta senza mai fermarsi, oggi invece il contatto con quel neonato di plastica  le dona pace: «Rivive la sua maternità, i momenti felici in cui cullava il suo bambino. Questo bambolotto lei è suo figlio».

La quotidianità procede come sempre. C'è chi prega. C’è l’arte terapia. C'è il contatto umano, nonostante tutto. E ci si prepara al futuro. A quando l'emergenza sarà finita… «Faremo una grande festa, quando tutto tornerà alla normalità, dice l'altro Capomolla, Soccorso, collegato via Skype con i pazienti, amministratore unico della struttura. Saluta tutti e tutti applaudono con gioia.

E così il nostro viaggio finisce. Nell'Italia dell’ora più buia, c'è un angolo in cui, malgrado il tempo che passa, la vita continua e dà speranza.

Giornalista
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