’Ndrangheta

Narcotraffico, il lungo legame tra il clan e il porto di Gioia: quintali di coca e soldi per i boss calabresi

L'indagine portata a termine martedì scorso ha riacceso i riflettori sul grande terminal diventato negli ultimi 20 anni porta di acceso privilegiata dalle cosche per importare droga in Europa: dalle 4 tonnella rinvenute nel 2004 nei blocchi di marmo fino ai giorni nostri 

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di Vincenzo Imperitura
10 ottobre 2022
14:11

È un legame antico quello tra le cosche di ‘ndrangheta e il porto di Gioia Tauro. Un legame iniziato con i monumentali lavori di costruzione dello scalo e che si è incancrenito con gli anni, trasformando il porto stesso nella porta preferita dalle cosche per l’importazione continua di cocaina in Europa. La maxi operazione della distrettuale antimafia di Reggio della scorsa settimana che ha messo in luce il piano per importare, dal Sud America direttamente in Calabria, circa 30 tonnellate di cocaina all’anno, ha svelato solo l’ultimo tassello di una strategia che ha fatto di Gioia, suo malgrado, uno degli “asset” principali del crimine organizzato calabrese.

E se martedì le indagini sono riuscite a recuperare, in un unico colpo, quasi due tonnellate di droga imbarcate in centinaia di piccoli pacchi scientificamente distribuiti in un container pieno di banane, nel 2004 gli investigatori scoprirono un gigantesco blocco di marmo sapientemente bucherellato e farcito con oltre 4 tonnellate di cocaina. Quel maxi sequestro vecchio di 18 anni è tornato alla ribalta grazie ad una lettera che il collaboratore di giustizia Gerardo D’Urzo, morto nel 2014, scrisse alla sua legale nel 2009. Quella lettera, assieme ad alcuni verbali di spontanee dichiarazioni, sono confluite in una informativa della Dia e sono state acquisite la settimana scorsa nell’ambito del processo d’Appello ‘ndrangheta stragista.


Il presunto recupero

«Avevano sequestrato circa 6mila chili di cocaina – scriveva D’Urzo raccontando le confidenze raccolte in carcere – quando venne sequestrata questa droga e poi portata nell’inceneritore se non erro ad Alessandria in Piemonte, il Mancuso in particolare Luigi da detenuto, Nino Pesce di Rosarno e la famiglia Scali di Gioiosa Jonica avevano tramite un maresciallo della guardia di finanza contattato con diversi milioni di euro pagati per avere da recuperare quella cocaina. E così è stato».

L’operazione Decollo

Le stringate affermazioni di D’Urzo, contenute in una missiva con cui il collaboratore smentiva alcune delle pesanti dichiarazioni rilasciate in precedenza ai magistrati dell’antimafia di Catanzaro, si riferiscono all’operazione Decollo che nel gennaio del 2004 consentì ai carabinieri del Ros di interrompere un floridissimo traffico tra la Colombia e la Calabria. In quell’occasione furono più di cento gli arresti tra l’Italia, la Colombia, la Spagna, l’Olanda la Francia e l’Australia a cui si aggiunse il maxi sequestro (quasi 4 mila chilogrammi) nascosto in un blocco di marmo in arrivo a Gioia Tauro e intercettato dagli inquirenti. Sequestro che, a leggere le dichiarazioni di D’Urzo, potrebbe essere stato vanificato dall’intervento diretto da alcune famiglie di primo piano della ‘ndrangheta.

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