'Ndrangheta stragista, Graviano prova a scoprire chi lo ha fatto arrestare

Il boss di Brancaccio è imputato nel processo reggino. E anche oggi (tramite i legali) ha tentato di capire chi è la gola profonda che ha contributo alla fine della sua latitanza 

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di Alessia Candito
6 marzo 2020
18:12
Giuseppe Graviano
Giuseppe Graviano

Ha un’ossessione il boss Giuseppe Graviano. Sembra avergli fatto compagnia nei lunghi anni di detenzione, per tornare ad affiorare ogni volta che un processo gli ha dato l’occasione per portare avanti la sua personalissima indagine.

Il tarlo di Madre Natura

Ed anche oggi che, all'esito dell'inchiesta del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, è imputato al processo “’Ndrangheta stragista” come mandante degli attentati ai carabinieri, tra il ’93 e il ’94 sacrificati dai clan calabresi sull’altare della strategia della tensione portata avanti con i siciliani, non si è tirato indietro. Chi ha messo i carabinieri sulle sue tracce? Chi è la fonte confidenziale che ha consigliato ai carabinieri di seguire Giuseppe D’Agostino nella sua trasferta milanese?
È questo il tarlo di Graviano, che il nome di quella fonte lo vuole da tempo. L’arresto che nel gennaio ’94 ha rovinato la sua cena al ristorante milanese “Da Gigi il cacciatore” e la sua latitanza dorata, non se lo spiega.

Quell’arresto inaspettato

«Io non me lo immaginavo mai al mondo che mi arrestavano», lo hanno sentito ripetere più e più volte in carcere alla sua “dama di compagnia”, il camorrista Umberto Adinolfi. Più volte, anche nel corso delle sue ultime deposizioni, ha cercato di farlo passare come esito di un complotto ordito ai suoi danni.
E forse per questo, quando oggi in aula si è presentato a testimoniare il colonnello Andrea Brancadoro, che ha raccolto quella confidenza e coordinato l’operazione che ha portato all’arresto di Graviano, la maggior parte domande si sono concentrate su quella voce che fino ad oggi si è riusciti a tutelare.

Caccia alla fonte

Il boss in videoconferenza tace e osserva, ma appare chiaro che al suo legale, l’avvocato Giuseppe Aloisio, ha dato istruzioni precise. “Madre natura” sembra voler stringere il cerchio su quella gola profonda che ai carabinieri ha dato l’imbeccata giusta, per questo sul punto il difensore insiste più e più volte. La prende larga, inizia a chiedere su che attività l’ufficiale fosse impegnato in quel terribile ’93, come sia entrato nelle indagini sull’omicidio di don Pino Puglisi, poi arriva persino a chiedere all’ufficiale di rivelarne il nome. Ma il colonnello fa muro.

«La “fonte” esposta a rischi significativi»

«La fonte fiduciaria è un soggetto palermitano, esposto a rischi significativi e non escludiamo che possa ancora vivere a Brancaccio» dice e oltre non va. Ma è chiaro che al boss la risposta non basta e che non è la prima volta che l’ufficiale si trova a rispondere alle domande che Graviano pone per interposta persona tramite i suoi legali.

Per questo, quando dopo l’ennesimo consulto telefonico con il suo assistito, l’avvocato ritorna sul tema per chiedere se per caso quella fonte fosse una donna, il colonnello sembra quasi “preparato”. «Dopo il suo arresto ho avuto colloqui investigativi con Graviano Giuseppe e so che è ossessionato dalla questione – dice – e non posso dare ulteriori indicazioni. Parliamo di Brancaccio, il triangolo via Loreto, via Modeo, Corso dei mille, il quartiere è quello», taglia corto, con la presidente della Corte d’Assise a dargli manforte.

Un pedinamento lungo una penisola

Il resto dell’udienza scivola lungo una ricostruzione dell’arresto che nulla aggiunge a quanto emerso dagli atti finiti al centro di più di un’inchiesta e sentenza. La soffiata palermitana, l’intuizione di seguire Spataro nonostante non fossero emersi elementi che indicavano un’imminente trasferta, la decisione di mettergli due uomini alle calcagna fin quando a Milano «alle 15 assistiamo a questo incontro fra queste due famiglie in arrivo da Palermo e Graviano con una donna. Da quel momento il nostro obiettivo diventa lui».

Un pedinamento che dura l’intera giornata fino a sera, perché l’obiettivo era anche scovare il covo milanese del boss. Poi il blitz, a tarda sera, che in manette fa finire tre coppie. Fra loro c’era anche Filippo Graviano con la compagna, ma di questo – racconta Brancadoro – i carabinieri se ne sarebbero accorti solo dopo, in caserma, quando con fare da boss, dopo la chiamata di rito concessa agli arrestati ha ordinato al brigadiere «chiama mio fratello, che venga a salutare nostra madre».

Nessuna fonte milanese

Smentita anche la tesi – esplorata dalla procura di Firenze e sempre negata da chi ha gestito la cattura del boss – di una fonte milanese. «Una vigilessa di Omegna è venuta da noi a parlare di Graviano dopo la sua cattura, ma non per dovere civico, ma solo perché lei aveva avuto a che fare con lui e temeva che si sospettasse che lei avesse dato informazioni» ha detto il colonnello. Anche Salvatore Baiardo, il gelataio di Omegna, condannato per favoreggiamento dei fratelli Graviano e che in passato ha persino tentato di scagionare “Madre Natura” con un memoriale, non ha mai dato alcuna informazione utile.


Quelle prime indicazioni su Berlusconi

Solo dopo la cattura del boss si sarebbe proposto come informatore, ma solo «dietro corresponsione di un’ingente somma di denaro». Nessuno lo ha mai tenuto in grossa considerazione. «Da un lato – spiega il colonnello - questo soggetto si impegnava a dare informazioni sulle cointeressenze economiche fra Berlusconi e Graviano dietro forte compenso.

Le informazioni diceva di averle avute da Graviano stesso. Lui dette soltanto un’indicazione: parlò di una società Euromobiliare srl che gestiva supermercati, che non abbiamo mai trovato. Dall’altra ci si rende conto della qualità dell’informatore al parlarci». Ma, ammette, «era stato il primo a dare indicazioni sui rapporti fra Berlusconi e Graviano».

Giornalista
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