‘Ndrangheta: omicidio Di Leo a Sant’Onofrio, assolto l’imputato

Verdetto clamoroso della Corte d'Appello di Catanzaro. In primo grado era stato condannato a 30 anni per uno dei delitti più importanti negli equilibri mafiosi del Vibonese

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di G. B.
27 febbraio 2019
16:52

Assoluzione per non aver commesso il fatto. Questo il clamoroso verdetto della Corte d’Appello di Catanzaro (presieduta dal giudice Marco Petrini, a latere Cosentino) nel processo per l’omicidio di Domenico Di Leo, alias “Micu Catalanu”, ucciso il 12 luglio 2004 a Sant’Onofrio. Assolto, quindi, il 38enne Francesco Fortuna, di Sant’Onofrio, ritenuto uno degli esecutori materiali, che in primo grado - al termine del processo con rito abbreviato - era stato condannato a 30 anni di reclusione, pena di cui il sostituto procuratore generale di Catanzaro, Luigi Maffia, aveva chiesto ai giudici la conferma.


L'assoluzione 

In particolare, Francesco Fortuna - difeso dagli avvocati Sergio Rotundo e Salvatore Staiano - era accusato di aver premeditato e pianificato “nei minimi dettagli” l’omicidio portando a compimento l’agguato nel centro abitato di Sant’Onofrio e precisamente in via Tre Croci, proprio nei pressi dell’abitazione della vittima che stava rientrando dall’ospedale di Vibo Valentia a bordo di una mini car. A sostegno dell’impalcatura accusatoria, anche le dichiarazioni del collaboratore di giustizia vibonese Andrea Mantella che ha confessato di aver accompagnato i sicari sul luogo dell’omicidio guidando di persona l’auto servita prima per aspettare la vittima predestinata e poi per freddarla. Insieme a Francesco Fortuna, Andrea Mantella ha indicato nel suo ex braccio-destro, Francesco Scrugli, l’altro autore materiale dell’agguato, quest'ultimo poi ucciso a Vibo Marina nel marzo 2012 nella guerra di mafia fra il clan dei Piscopisani ed i Patania di Stefanaconi.   

 

Chi era Domenico Di Leo                                                          

La vittima. Domenico Di Leo, detto “Micu i Catalanu”, era ritenuto dagli inquirenti un componente dello stesso clan Bonavota con il ruolo di “braccio armato”. Entrato in contrasto con i figli del defunto boss Vincenzo Bonavota, è stato attinto da diversi colpi d’arma (Kalashnikov e fucile a pompa), tanto che sul posto sono stati rinvenuti i bossoli di oltre 45 colpi. Il delitto, secondo le indagini, sarebbe maturato al culmine di contrasti sulle modalità di gestione dell’area industriale del comune di Maierato.             

 Le prove. Al di là di diverse intercettazioni e del racconto dei collaboratori di giustizia Francesco Michienzi, Loredana Patania, Raffaele Moscato e Andrea Mantella, l’elemento di prova più forte a carico di Francesco Fortuna è di carattere tecnico-scientifico: l’individuazione di due profili genotipici riconducibili a soggetti di sesso maschile che hanno avuto un “ruolo attivo” nella commissione del grave fatto di sangue, perché le relative tracce sono state rinvenute nei guanti in lattice utilizzati. In particolare, dovevano essere le tracce di dna rinvenute su quattro guanti in lattice ad “inchiodare” Francesco Fortuna, che però è stato assolto con formula ampia.

 

Giornalista
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