'Ndrangheta stragista, Graviano: «Ho incontrato Berlusconi tre volte da latitante»

VIDEO | Dichiarazioni pesantissime quelle che Graviano sta rilasciando nell'udienza del processo in corso a Reggio Calabria riguardo i rapporti avuti dalla sua famiglia con l’ex premier 

di Consolato Minniti
7 febbraio 2020
13:21

«La mia famiglia era in società con Silvio Berlusconi. L’ho incontrato tre volte da latitante» È quanto affermato il boss Giuseppe Graviano nel corso del processo ‘Ndrangheta stragista in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria.
Sono dichiarazioni pesantissime quelle che Graviano sta rilasciando al procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, con riferimento ai rapporti avuti dalla sua famiglia con l’ex premier Silvio Berlusconi, ancor prima che scendesse in campo con Forza Italia.

Tutto parte dal nonno

«Il mio nonno materno, Filippo Quartanaro, era una persona abbastanza ricca. Faceva il commerciante di ortofrutta in diverse zone di Palermo. Lo contattarono dalla zona di Malaspina per investire dei soldi al nord, perché era in contatto con Silvio Berlusconi».

Si tratta di 20 miliardi di lire da mette nel settore immobiliare, dove Berlusconi aveva già diverse società. Da qui partì una raccolta che coinvolse diverse persone molte facoltose di Palermo. Non tutti, nella famiglia Graviano, erano d’accordo con questo affare. Il padre di Giuseppe, infatti, non voleva si investisse a Milano. Ma alla fine ebbe la meglio l’opinione del nonno materno, anche grazie ad un consiglio avuto dal padre di Giuseppe Greco, padre di Michele. Da lì l’investimento nel settore immobiliare.


«Mio nonno mi disse che era in società con queste persone, mi propose di partecipare pur specificando che mio padre non voleva. Io e mio cugino Salvo abbiamo chiesto un consiglio a Giuseppe e Michele Greco, che mi dissero che qualcuno doveva portare avanti questa situazione e abbiamo deciso di sì. E siamo partiti per Milano. Siamo andati dal signor Berlusconi, mio nonno era seguito da un avvocato di Palermo che era il signor Canzonieri». E si tratta di un affare legittimo sebbene servisse qualcosa di scritto.

L’incontro nell’hotel

«Il primo incontro avvenne nell’hotel Quark, nell’83. C’erano Berlusconi, mio nonno e mio cugino Salvatore. Noi affiancavamo mio nonno perché era anziano e dovevamo essere pronti a prendere il suo posto. Siamo andati con questa situazione, di tanto arrivavano un po’ di soldi e mio cugino non li divideva, ma li reinvestiva». Ma Berlusconi sapeva fosse latitante? La risposta è netta: «A dicembre di quell’anno, c’è una nuova riunione a Milano. Io ero latitante dall’84. Mio cugino mi invita a partecipare. Si era arrivati alla conclusione che si dovesse regolarizzare la situazione e far emergere il nome dei finanziatori. Ci siamo incontrati con Berlusconi, con lui c’erano altre persone che non mi sono state presentate. Berlusconi sapeva che ero latitante».

La costruzione di Milano 3

Nell’impero costruito grazie ai soldi della Sicilia c’era anche il complesso di “Milano 3”. «L’idea era di legalizzare la situazione per far emergere i finanziatori nella società immobiliare di Berlusconi in cui c’era mio nonno, perché i loro nomi apparivano solo su una scrittura privata che ha in mano mio cugino». Graviano ricorda come Berlusconi regalò un appartamento nel complesso di Milano 3 a suo cugino, che serviva per le necessità personali.

La discesa in politica e il tradimento

È in questo contesto che è direttamente Berlusconi a svelare ai Graviano la sua idea di scendere in politica: «Io sono già a Omegna e ne parla con mio cugino Salvo. “Mi potete dare una mano in Sicilia?”», avrebbe chiesto Berlusconi. Ma poi, nelle successive intercettazioni del 2016, arriva il momento in cui il leader di Forza Italia viene indicato come traditore: il punto essenziale è la questione concernente il 41 bis.

«Nel 2001 veniva rinnovato e poi è diventato legge con il governo Berlusconi. Venne in Sicilia e disse che era una cosa disumana, salvo poi fare leggi incostituzionali come ora sta venendo fuori. Si parlava di abolire l’ergastolo con il nuovo codice penale. Ma Berlusconi – chiosa Graviano – chiese di non inserire coloro che erano stati coinvolti nelle stragi. Li ho avuto conferma che era tutto finito. Nel frattempo mio cugino era molto. Ecco perché ho definito Berlusconi un traditore».

Un arresto anormale

Ha un dubbio, Giuseppe Graviano: che il suo arresto, avvenuto il 27 gennaio del 1994 non sia stato “normale”. Che qualcuno lo abbia voluto togliere di mezzo. «Quando si tentava di togliere l’ergastolo, io seppi che chiesero di tenere fuori quelli coinvolti nelle stragi. C’era stato un ordine. Colsi il segnale che mi diede conferma come tutto quello c’entrava con il mio arresto».

Dall’agenda rossa al poliziotto Agostino

Nelle sue dichiarazioni, Graviano ha anche fatto cenno all’agenda rossa del giudice Paolo Borsellino e all’omicidio del poliziotto Nino Agostino. «Lei potrà trovare l’agenda rossa e anche chi ha ucciso il poliziotto», dice a Lombardo.

Il tentativo di attentato a Riina

Graviano, fra le altre situazioni, ha affrontato anche del tentativo di uccidere Totò Riina. «Nel 1980, a Palermo, c’erano delle lamentele in quanto avvenivano diversi omicidi. Ciò che fece traboccare il vaso, fu l’omicidio del procuratore Costa. Riina chiese di mettere un po’ di regole perché non si poteva continuare a far prendere decisioni a Stefano Bontade, Tano Badalamenti e Greco, ma altri Greco di altra zona. Nel 1990, viene costituita la commissione ed è stato qualche giorno prima del Natale del ’90. Viene messo a capo Michele Greco che era uomo di pace. Lui diceva: “Io vi voglio fare stare tutti in pace. Era Bontade ad avere i contatti con i calabresi. A febbraio 1981, penso fosse sabato o domenica, andavo in campagna perché si mandavano gli agrumi al Nord Europa. Ci fu una riunione a cui erano presenti Salamone, Giuseppe Panno, Salvatore Inzerillo, Stefano Bontade, Giovannello Greco, Pietro Marchese, Spina, Rosario Spitaleri. Mentre escono dal fondo, alla guida c’è Michele Gambino e a sinistra Riina. Gambino, che guida, sta per girare verso Ciaculli. Riina fa la mossa, gli blocca la mano e gli dice “non hai visto niente la mossa di Antonino Salamone, di Giuseppe Panno? Gira di qui, dal lato opposto”. Ha fatto segnale a Greco ed erano pronti per ucciderci. Cosa succede? Vanno dal lato opposto che va verso Villabate che si immette sulla Palermo-Catania o Messina o sul lungomare. E raggiunge la località Bagnasco che si trova a Brancaccio dove c’era Giuseppe Savoca, che era compare di Riina e gli spiega cosa ha visto e se poteva mandare a qualcuno a vedere se erano pronti ad uccidere. Vanno Mario Prestifilippo e Mimmo Bruno che lo annoverano come componente della famiglia Brancaccio. Li hanno visti pronti con i fucili».

Cosa succede in Procura?

Il racconto di Graviano continua parlando anche di fatti che sarebbero accaduti all’interno della Procura della Repubblica di Palermo che si domandava cosa stesse succedendo nella città siciliana. «Il poliziotto Calogero Zucchetto, ucciso nel 1982, dice al dottor Falcone di avere un confidente che è Salvatore Contorno». In questo momento, Graviano introduce l’argomento di una possibile divisione all’interno della Procura di Palermo. «C’è una spaccatura dentro la Procura. Falcone disse che si dovevano prendere le informazioni, di lasciarlo libero. Borsellino disse “noi non facciamo queste cose”. Chinnici era il capo e disse: “Andiamo avanti come deciso da Falcone”. Le persone che dovevano essere uccise – aggiunge Graviano – come magistrati: solo Chinnici e Falcone».

Perché solo adesso?

Più volte il procuratore aggiunto Lombardo chiede a Graviano le ragioni per le quali stia parlando solo adesso. La risposta del boss è abbastanza evasiva: «Avevo subito brutte situazioni. Certo, ora non è cambiato molto, ma lei mi ha fatto delle domande e io le darò gli elementi. È vergognoso quello che è stato fatto a me. Io ancora oggi non ho tutta questa fiducia nella pubblica accusa, nella giustizia italiana, perché tutti sanno e nessuno vuole dire la realtà. Se volete scoperchiare, fatelo. Quello che vi sto dicendo è per il bene del Paese. Io sono messo in un’area riservata e niente mi fa impressione, perché ho la coscienza pulita. Non ho timore degli uomini, ma solo di Dio. Dottore, io non l’avevo mai sentita nominare prima dell’ordinanza. Non mi faccia dire alcune cose, altrimenti si scoperchia troppo…».

Giornalista
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