La famiglia del macellaio ucciso a Simeri: «Mai covato vendetta»

Dopo l'operazione 'Quinto comandamento' che chiude il cerchio sull'omicidio di Francesco Rosso, ucciso il 14 aprile 2015 e mostra un clima di odio tra le famiglie del mandante e della vittima, i familiari ringraziano gli inquirenti e spiegano di aver agito sempre nella legalità, senza mai alimentare dissidi

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di Rossella  Galati
17 dicembre 2018
15:39
In foto Francesco Rosso
In foto Francesco Rosso

A pochi giorni dall'arresto di Evangelista Russo e Francesco Mauro, mandanti dell'omicidio di Francesco Rosso, il macellaio di Simeri Crichi ucciso il 14 aprile 2015, la famiglia Rosso intende ringraziare pubblicamente la Procura della Repubblica di Catanzaro e l'Arma dei Carabinieri del Comando di Sellia Marina per avere consegnato alla giustizia gli autori di questo terribile misfatto. «Siffatta operazione ha riscosso il plauso non solo della comunità locale ove risiedeva il compianto Francesco ma, altresì, dell'intera Regione calabrese - si legge nella nota dei familiari della vittima -. La famiglia Rosso è però al contempo consapevole che l'encomiabile risultato conseguito con l'arresto dei due mandanti il giorno 13 dicembre 2018 costituisce soltanto il primo passo, poiché adesso spetterà alla magistratura confermare le risultanze dell'attività d'indagine e punire severamente chi ha deciso di sottrarre all'affetto dei propri cari e soprattutto alla vita, il nostro Francesco».

«Da parte nostra mai nessun sentimento di vendetta»

Tutti i membri della famiglia Rosso non hanno mai esitato sull'impegno degli  inquirenti e intendono far sapere che non hanno mai covato un sentimento di vendetta. Dall'operazione denominata "Quinto comandamento" infatti viene fuori un clima di profonda inimicizia tra le famiglie Rosso e Russo, sfociata in aggressioni, liti e infine nell'omicidio del giovane macellaio. «Odio, rancore e vendetta sono infatti sentimenti che non appartenevano a Francesco ed  alla famiglia Rosso, la quale ha sempre cercato di risolvere legalmente i problemi con il confinante, resosi autore di questo riprovevole gesto. Come si è potuto apprendere dalle testate giornalistiche, si è parlato di screzi, dispetti ed invidie professionali tra le due famiglie. Trattasi di una verità parziale, in quanto riguardante esclusivamente il Russo, dal momento che questi nel lontano 1999 aveva maldestramente tentato di appropriarsi illegittimamente di  un terreno appartenente al nonno di Francesco».


Le precisazioni della famiglia Rosso 

Da qui l'esigenza per i Rosso di fare alcune precisazioni: «E' notorio che la vicenda trae origine nel 1999 quando  Russo Evangelista decide di appropriarsi della proprietà del nonno di Francesco. In particolare, quel giorno, il Russo inveiva nei riguardi del nonno, dello zio  e della mamma di Francesco, i quali erano stati attenzionati dalle urla di minaccia di morte perpetrate nei riguardi del  signor Antonio. Di poi il Russo inveiva violentemente nei confronti dei membri della famiglia Rosso scaraventando oggetti e malmenando i presenti. E' a questo punto che il papà di Francesco, per sfiorare la tragedia decise di bloccarlo, la cui manovra comportò una ferita al capo del Russo. Da lì la famiglia ha sempre cercato di difendersi legalmente e non certo con la violenza che appartiene solamente al Russo. Ed infatti il Tribunale riconosceva la legittima proprietà del terreno al nonno di Francesco, il Tribunale penale dichiarava estinti i reati di rissa che avevano visto coinvolgere alcuni alcuni membri della famiglia Russo ed altri di quella dei Rosso. Quest'ultima, tra l'altro, rimasta basita dal comportamento del vicino, dal momento che in passato era stato più volte aiutato».

Il tentativo di uccidere il padre della vittima

Dopo questi e altri episodi la famiglia Rosso fa sapere di aver portato avanti tranquillamente l'attività lavorativa mentre «il Russo covava un odio sempre più forte nei riguardi del papà di Francesco, fino al punto di tentare di ucciderlo nel 2003 in un bar alla presenza di clienti. E' stata solamente per una fatalità per cui il papà di Francesco non è morto. Segnaliamo all'attenzione dei lettori che il Russo si era procurato l'arma illegalmente, la quale presentava la matrice abrasa. Tuttavia illo tempore la famiglia cadde nello sconforto perchè attendeva una pena esemplare nei riguardi del Russo che non arrivò, in quanto il tentato omicidio venne declassato a lesioni gravi solo perchè l'arma era di piccolo calibro. Addirittura, proprio per non acutizzare i rapporti, decise di non attivarsi per il risarcimento del danno riconosciuto nel giudizio su citato. Non soddisfatto, il Russo continuava a minacciare  di morte il signor Antonio costringendolo a sporgere querela nei suoi confronti, per le quali oggi pende un giudizio penale dinanzi al Giudice di Pace di Catanzaro».

L'appello agli inquirenti

Fatte queste precisazioni la famiglia della vittima si pone una domanda: «Se ci fosse stata una pena esemplare nei riguardi di questo criminale e fossero stati accolti i molteplici  gridi di aiuto da parte della famiglia Rosso, oggi Francesco sarebbe ancora qui con noi? E' per questo che oggi ci rivolgiamo agli argani di informazione dopo quasi quattro anni di silenzio, affinchè questo grido di giustizia e di dolore incolmabile venga accolto dai magistrati  al sol fine di ottenere   una pena esemplare nei confronti di tutti gli autori di questo infame gesto e, soprattutto per scongiurare che un domani si possa porre un'analoga domanda riguardante altro membro della famiglia».

 

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