Omicidio Luzzi, il padre: ‘la sentenza d’appello ci ha causato solo dolore’

Parla il papà di Fabiana Luzzi, la sedicenne di Corigliano Calabro, accoltellata e poi bruciata viva dal fidanzatino, condannato in appello a diciotto anni di carcere

di redazione
18 dicembre 2014
16:18

“Come padre di Fabiana, insieme a tutta la mia famiglia, sono completamente pietrificato, atterrito, massacrato, scosso ed impaurito da una sentenza d’ appello che ci ha causato solo dolore”. Lo afferma, in una lettera aperta inviata all’ANSA, Mario Luzzi, padre di Fabiana, la sedicenne uccisa e bruciata viva nel 2013 a Corigliano Calabro dal fidanzato, Davide Morrone, nei confronti del quale la Corte d’appello di Catanzaro ha disposto una riduzione da 22 a 18 anni della condanna inflittagli in primo grado, riconoscendogli anche la seminfermità mentale ed escludendo la premeditazione.

“I giudici, nella sentenza – aggiunge – hanno tenuto conto di una falsa infermità mentale dell’assassino, escludendo la premeditazione. Allora io vorrei chiedere: come mai il “mostro” è andato a prelevare e sequestrare Fabiana a scuola armato di coltello e non con un mazzo di rose? Perché, se soffriva di una qualsiasi forma di malattia mentale, i suoi genitori, in tutti gli anni pregressi, non l’hanno fatto curare? Chiedo inoltre allo Stato italiano: quanto vale la vita di una ragazza che è stata crudelmente massacrata e distrutta insieme alla sua famiglia e ad una comunità intera sconvolta da tanta violenza? O vogliamo dire che per lo Stato italiano vale di più la vita di un crudele e spietato assassino? Perché a tutti i costi lo vogliono recuperare in una comunità?”.


“Da essere umano e da padre, rispettoso delle leggi umane e divine – dice ancora Mario Luzzi – mi sento oltraggiato e violentato psicologicamente da una giustizia che tiene conto solo degli assassini, riducendo le loro condanne, e non delle vittime. Io penso che i mostri vadano rinchiusi per sempre, con una palla al piede, ai lavori forzati, dall’alba al tramonto, e non trattati come normali cittadini, con tutti i comfort. Un assassino non dovrebbe avere un’altra possibilità di rifarsi una vita, così come non ce l’hanno le vittime. In tutte le aule di giustizia compare la scritta “La legge è uguale per tutti”, ma alla luce della cruda esperienza che abbiamo vissuto mi spiace affermare che non è così. Ci si dimentica troppo spesso e troppo presto del valore della vita umana solo perché le vittime non possono più difendersi. E ci si dimentica del valore e del rispetto per i familiari delle vittime, che restano per tutta la vita con la morte nel cuore. Agli avvocati, che dovrebbero essere i nostri tutori, dico che, anziché difendere in modo così ardito pericolosi assassini, si dovrebbero impegnare perché vengano applicate le leggi a favore delle vittime”.

“Spero – conclude il padre di Fabiana Luzzi – che in Cassazione questa sentenza venga ribaltata e che gli diano l’ergastolo. Lo stesso a cui è stata costretta mia figlia”.

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