Il papà di Nicholas Green agli italiani: «Legge da cambiare: chi riceve possa incontrare chi dona»

Alla vigilia del 26esimo anniversario della morte del figlio, Reginald torna su un argomento a lui caro: superare l'anonimato che impedisce alle due parti coinvolte in un trapianto di avere contatti. «Non c'è sentimento paragonabile a quello di conoscere chi ha dentro di sé una parte della persona che hai amato» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Redazione
28 settembre 2020
06:47
Reginald Green
Reginald Green

«Con il 26esimo anniversario della morte di mio figlio che si avvicina, l’Italia è sul punto di apportare un enorme cambiamento su come, dal 1999, le famiglie dei donatori di organi e i loro riceventi vengono trattati. Alcuni parlamentari italiani, infatti, hanno presentato un disegno di legge per permettere che le due parti possano scriversi ed eventualmente anche incontrarsi, se entrambe lo vogliono». Inizia così la lettera indirizzata agli italiani di Reginald Green, padre di Nicholas, il bambino americano di 7 anni che venne colpito da un proiettile il 29 settembre 1994 durante un tentativo di rapina lungo l’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Morto qualche giorno dopo, il 1° ottobre, i suoi organi salvarono la vita di sette persone, tra cui quattro adolescenti.

 

A distanza di diversi anni, in cui in Italia le donazioni degli organi hanno conosciuto una crescita esponenziale – il cosiddetto “effetto Nicholas” -, Reginald Green torna su un argomento a lui caro: la possibilità per chi dona e chi riceve di incontrarsi. E lo fa nel momento in cui in Italia si discute della possibile modifica della legge numero 91 del 1999 che parla di «anonimato dei dati relativi al donatore ed al ricevente».

 

Per Sileri un atto doveroso

«Durante uno scambio di email che ho avuto in questi giorni con Pierpaolo Sileri, viceministro della Salute – continua Green -, egli mi ha mandato questa inequivocabile dichiarazione di sostegno al cambiamento della legge: “La liberalizzazione dei contatti tra riceventi e donatori è un gesto di umanità e civiltà, un atto doveroso, che deve trovare la giusta collocazione in una modifica della normativa attuale, la legge 91/99. Questa battaglia si può e si deve portare avanti”. Nel 2016, quando ho dato inizio a questa campagna insieme solamente ad un amico, Andrea Scarabelli, di Roma, nessuno ci ha appoggiato. L’opposizione era talmente tanta che abbiamo pensato a noi stessi come Don Chisciotte e Sancho Panza».

 

Crudeltà della legge attuale

«Il grande cambiamento – aggiunge - è avvenuto perché i media hanno pubblicizzato le nostre ragioni e le persone comuni hanno visto la mancanza di sensibilità, persino la crudeltà della legge attuale che di fatto impedisce alle due parti coinvolte in un trapianto di conoscere qualsiasi cosa tranne le informazioni di base della controparte. Le famiglie dei donatori non riescono così a sapere neanche se i riceventi degli organi della persona amata sono ancora vivi. E i riceventi non possono neanche ringraziare coloro che li hanno salvati quando nessun altro altrimenti era in grado di farlo. Nessuna delle due parti può nemmeno mandare delle lettere non firmate all’altra, per quanto entrambe potrebbero volerlo fortemente. Nel 2016, l’intera questione era un tabù. Oggi invece le persone di tutta Italia si chiedono “Se due famiglie con un legame così profondo vogliono contattarsi, perché qualche burocrate dovrebbe essere in grado di impedirlo?” Sentimenti come questi (per esempio, un affranto padre di Lecco, Marco Galbiati, ha raccolto quasi 50.000 firme in una petizione che chiedeva il cambiamento della legge dopo la morte del figlio Riccardo, nel 2017) e la pressione dei media hanno indotto il Centro Nazionale Trapianti a rimettere la questione al Comitato Nazionale di Bioetica».

 

L'esempio degli Stati Uniti

«Prima di dare un parere positivo al cambiamento della legge – scrive ancora Green -, i membri del Comitato avevano bisogno di vedere delle prove tangibili, e non solamente dei forti sentimenti personali. A loro mandammo i dati che mostravano come, negli Stati Uniti, decine di migliaia di famiglie coinvolte in un trapianto si fossero scritte ed una parte minoritaria si fosse anche incontrata. Nella grande maggioranza dei casi, come hanno dichiarato le autorità sanitarie, i risultati hanno contribuito ad accrescere la felicità e la salute di entrambe le parti. Dopo attente considerazioni, il Comitato di Bioetica ha caldeggiato che alle famiglie dei donatori di organi dovrebbe essere permesso comunicare con i propri riceventi – una svolta epocale – sotto condizioni controllate e se entrambe le parti lo desiderano. Il Dottor Carlo Petrini, Direttore dell’Unità di Bioetica dell’Istituto Superiore di Sanità e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica come delegato dell’ISS, ha in seguito descritto le prove concrete che avevamo presentato come una ragione “fondamentale se non quella decisiva” per la decisione presa dal Comitato di Bioetica. Questa inattesa risoluzione ha persuaso molti altri eminenti nomi a sostenere la nostra causa».

 

L'orgoglio e il conforto di chi dona

«Così, le famiglie dei donatori potrebbero presto avere l’opportunità di porre fine ad una vita di incertezze e ricevere notizie direttamente dalle persone a cui hanno salvato la vita. Non c’è un altro sentimento paragonabile a quello di contattare i riceventi degli organi della persona amata: si prova meraviglia di fronte al fatto che delle persone le cui vite volgevano al termine oggi possono praticare sport, avere una carriera e dei figli, l’orgoglio di essersi aperti agli altri per aiutarli quando la pressione di ritrarsi su se stessi, nel dolore e nella disperazione, era quasi insopportabile, e il conforto nel sapere che qualcuno che si amava ha fatto così tanto per rendere il mondo un posto migliore. Grazie, Italia – conclude Reginald -, per aver sempre ricordato Nicholas in tutti questi anni. Spero davvero che la proposta di legge possa essere approvata e con un ampio sostegno».

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