Parto drammatico a Cosenza, ecco la ricostruzione della vicenda

Dopo la bufera sollevata dalla notizia di una gestosi scambiata per coliche renali, ecco i dettagli della tragedia sfiorata che vede mamma e figlioletto ricoverati in gravi condizioni e che mettono in luce, ancora una volta, le controversie della sanità calabrese

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di Francesca  Lagatta
20 luglio 2019
15:18

Una 43enne giunta al pronto soccorso di Cetraro il 16 luglio, incinta di 33 settimane, ha rischiato di morire. Oggi, più di ieri, questa è una certezza. La donna è stata preda di una forte crisi ipertensiva, sintomo di una gestosi in corso, che ha costretto i medici cetraresi a un trasferimento urgente all'ospedale di Cosenza. La donna è arrivata in condizioni critiche ma cosciente e qualche ora dopo è stata fatta partorire. Oggi, lei e il suo bambino, si trovano ricoverati in condizioni gravi ma stabili nei reparti di terapia intensiva all'ospedale bruzio.

Immediatamente la notizia ha fatto il giro del web e altrettanto immediatamente sono emersi i primi particolari della vicenda, che, come al solito, hanno messo in luce le controversie della sanità calabrese. La donna sarebbe stata curata per coliche renali anziché per la gestosi, patologia potenzialmente letale. Ma chi ha scambiato la gestosi per calcoli renali, i medici di Cetraro perché hanno diagnosticato una "crisi ipertensiva in paziente gravida con rene policistico e calcolosi renale dell'altro rene" o i medici di Cosenza che sul referto non hanno letto “preeclampsia”, nome medico per indicare, appunto, la gestosi?

Le cure all'ospedale di Cetraro

La donna arriva in pronto soccorso alle 8:40, accusa dolori addominali, sul referto c'è scritto gastralgia. E' alla 33esima settimana e ancora non deve partorire. O almeno non dovrebbe. Dopo 30 minuti ottiene visita ostetrica, cardiotografica, consulenza anestesiologica, urologica e chirurgica. I medici si attivano come da prassi. Ed inoltre vanno in cerca dei disturbi che le provocano i dolori all'addome e la sottopongono a delle ecografie. Vengono riscontrati un rene policistico e i famigerati calcoli, cosìi dottori la sottopongono a terapia antalgica per coliche renali. Ma si accorgono anche che la paziente è ipertesa e cercano, riuscendoci, di stabilizzare la pressione arteriosa. Quando la visita il chirurgo si accorge che la donna è in gestosi. La prova sarebbe il fatto che alle 10:30, riporta ancora il referto, si attiva la Stam, l'ambulanza per il trasporto neonatale d'urgenza. L'ambulanza arriva a Cosenza alle 13:05, questo è l'orario di ingresso all'ospedale bruzio, ed è probabile che nell'arco di quelle due ore e mezza la situazione tenda a peggiorare, ma la colpa è di un protocollo regionale che prevede il tassativo trasferimento negli ospedali hub in caso di gestosi al di sotto della 34esima settimana. Sull'ambulanza salgono anche ginecologa e anestesista dell'ospedale di Cetraro.

Le cure all'ospedale di Cosenza

Quando il 118 giunge al nosocomio l'Annunziata, il referto parla di "crisi ipertensiva in paziente gravida con rene policistico e calcolosi renale dell'altro rene" e non di "preeclampsia", patologia gravissima che se non curata in tempo può risultare fatale, ed è anticamera della "eclampsia", caratterizzata da convulsioni. Forse è questo particolare che genera confusione e successivamente si trasformerà nell'ennesima controversa notizia sulla sanità calabrese. Perché il sospetto è che sia l'ambiguità della diagnosi a ritardare il parto. «La gestosi viene indicata solitamente con il termine peeclampsia - ci spiega un medico - che non corrisponde a una generale crisi ipertensiva, per cui è probabile che i colleghi siano intervenuti tempestivamente sulle coliche renali. Però è chiaro che se il disturbo di ipertensione si presenta in una donna gravida, la possibilità di gestosi è la prima cosa da verificare».

Il parto a 9 ore dall'ingresso in pronto soccorso a Cetraro

C'è però un altro particolare. La donna, abbiamo detto, giunge nel secondo ospedale alle 13:05, ma verrà operata solo qualche ora più tardi. Che cosa è successo durante quell'arco di tempo? Oggi mamma e figlio lottano per la vita nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale L'Annunziata.

 

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