Regione, portaborse in smart working: pagati per stare a casa ma costano 13 milioni nel 2020

Il personale esterno delle strutture speciali di Consiglio e Giunta non ha un vero e proprio obbligo di presenza. Non sorprende quindi che in pieno lockdown si siano ingrossate le fila degli autisti e anche i collaboratori possano usufruire del lavoro agile

di Alessia Bausone
1 luglio 2020
16:58

Costano ogni anno fiumi di denaro pubblico: quasi 13 milioni di euro, per la precisione 8.926.800 euro per il Consiglio regionale e 3.776.000 euro per la Giunta. E questo solo per il 2020, secondo quanto messo nero su bianco nel bilancio di previsione 2020-2022.

Incarichi da mille e una notte... sulla fiducia

È il personale delle “strutture speciali” di giunta e consiglio regionale, ossia portaborse, autisti e dipendenti interni che vanno a costituire il paradiso di incarichi fiduciari per gli amici degli amici.
Una fiducia cieca poiché non sono previsti requisiti di merito. Nel febbraio 2015 l’allora segretario generale del consiglio regionale Carlo Calabrò ci provò invitando i consiglieri con una nota a “procedere ad assumere nelle proprie strutture personale con competenze specifiche sulle materie che andranno a trattare”, specificando che “è richiesto il possesso di competenze, professionalità e titoli di studio adeguati allo svolgimento delle attività loro affidate nell’ambito istituzionale (pareri, attività di studio e consulenza, redazione progetti di legge)”.
Invito caduto nel vuoto che, come è noto, provocò più di uno scossone nella maggioranza della scorsa consiliatura. Ma, questo oceano di privilegiati, oltre a non necessitare di alcun titolo o prequisito per la nomina, non soggiacciono a nessun controllo circa il monte ore lavorato, né hanno particolari obiettivi o “mission” professionali da raggiungere.

Il badge, questo sconosciuto

Insomma, per essere i più pagati d’Italia non devono strisciare alcun badge. Anzi, in realtà, sì. Secondo la “riforma Irto” che ha portato ad un protocollo per la gestione delle presenze del personale assegnato alle strutture speciali. Un provvedimento annunciato come epocale e poi, però, subito bypassato dai furbetti navigati.
Difatti, tra i motivi giustificativi dell’assenza del portaborse c’è il “servizio esterno”, ossia la possibilità di assentarsi dall’ufficio per svolgere pratiche nell’interesse e per conto dell’ufficio stesso. Rientrano tra i “permessi personali non recuperabili”.

Chi trova un "amico" trova un tesoro

Ecco perché più che strisciare il badge, l’unica cosa che conta è curare il rapporto fiduciario, di amicizia con il politico di turno (sia di quello che provvede direttamente alla loro nomina sia quello, spesso portatore di pacchetti di voto, che “rappresentano” come persona interposta).
Che non sia loro richiesto di essere degli instancabili stakanovisti, ma solo “fiduciari” del consenso politico lo dimostrano le nomine avvenute in pieno lockdown (pubblicate bollettini ufficiali di Regione Calabria del 17 e 20 marzo, ma anche quelli dell’1, 10 e 23 aprile). Infornate di portaborse, collaboratori e autisti nominati (e stipendiati) in piena pandemia.

Pure gli autisti in smart working?

In più, va sottolineato che il Dpcm Conte dell’11 marzo, così come il decreto legge 18 del 17 marzo scorso dispongono che “fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da Covid-19, ovvero fino a data antecedente stabilita con Dpcm su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione, il lavoro agile è la modalità ordinaria di svolgimento della prestazione lavorativa nelle pubbliche amministrazioni”. E se nella vicina Sicilia nei mesi scorsi è scoppiato lo scandalo dei dipendenti regionali rimasti a casa in “esenzione lavoro”, ossia pagati per non lavorare, da noi francamente si stenta a capire come un autista abbia potuto lavorare durante il pieno lockdown, tra l’altro in smart working.
In ogni caso, ancor oggi che il picco emergenziale sembra superato e il divieto di assembramenti cede il passo alla voglia di movida, il direttore generale Maurizio Priolo ha emanato una apposita circolare, inviata il 23 giugno, con la quale “si dispone di prorogare ulteriormente fino alla data del 31 luglio le disposizioni organizzative relative al lavoro agile, nonché i provvedimenti con cui i dipendenti sono stati autorizzati a lavorare in smart working”.

Una pacchia questa pandemia

Tutti a casa, quindi. E se per i dipendenti pubblici “ogni dirigente può stabilire la verifica delle attività dei dipendenti in smart working non solo tramite report cartaceo ma anche attraverso lo strumento della videoconferenza come modalità di confronto sugli obiettivi raggiunti”, per i dipendenti “prestati” ai politici e per i portaborse, si è prolungata la pacchia.

Giornalista
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