Preti vibonesi indagati, Gratteri smentisce la tesi della Diocesi e ricostruisce l'inchiesta

Il procuratore di Catanzaro conferma la ricostruzione della vicenda chiarendo le fasi dell'indagine portata avanti dalla Squadra mobile di Vibo che ha portato a chiedere il rinvio a giudizio dei due sacerdoti accusati di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso

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di Redazione
2 giugno 2019
17:38

In relazione all’inchiesta per la quale la Dda di Catanzaro ha esercitato l’azione penale nei confronti di don Graziano Maccarone, segretario particolare del vescovo della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea, e di don Nicola De Luca, reggente della chiesa “Madonna del Rosario” di Tropea ed anche rettore del Santuario di Santa Maria dell’Isola, interviene con un comunicato stampa direttamente il procuratore Nicola Gratteri che conferma le indagini. Il procuratore Gratteri interviene in particolare per rispondere con delle puntuali precisazioni alla nota stampa della Diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea inviata giorno 31 maggio.

 

«In merito agli articoli pubblicati in data 31 maggio 2019, recanti la nota stampa della Diocesi di Mileto–Nicotera–Tropea sulla vicenda che ha coinvolto due presbiteri, si ritiene opportuno formulare talune precisazioni. In data 7 marzo 2019 veniva notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari del 25 febbraio 2019, nei confronti di quattro indagati, due dei quali, nei 20 giorni successivi alla predetta notifica, chiedevano di essere sentiti dal pm titolare delle indagini. All’esito dell’interrogatorio reso dagli interessati, questa Direzione Distrettuale Antimafia – sottolinea il procuratore Gratteri - stralciava la posizione degli indagati escussi ed esercitava l’azione penale nei soli confronti dei due sacerdoti, i quali non hanno inteso esercitare alcuna delle facoltà previste dall’art. 415 bis c.p.p. e, pertanto, non hanno offerto alcuna ricostruzione alternativa delle risultanze istruttorie, né hanno segnalato circostanze nuove o diverse rispetto a quelle accertante nel corso delle investigazioni. In particolare, i due prelati non hanno depositato memorie o documenti; non hanno prodotto documentazione relativa ad investigazioni difensive; non hanno chiesto al pm il compimento di ulteriori atti di indagine; non si sono presentati per rilasciare dichiarazioni, né hanno chiesto di rendere interrogatorio. 

 

Pertanto, in data 23 aprile 2019, veniva esercita l’azione penale e, ai sensi dell’art. 416 c.p.p., venivano trasmessi gli atti all’Ufficio gip/gup presso il Tribunale di Catanzaro. Soltanto a seguito della notifica della data dell’udienza preliminare, fissata per il 3 ottobre 2019perveniva all’Ufficio del pm una comunicazione a mezzo pec del 24 maggio, con la quale il difensore degli indagati non formulava alcuna richiesta di interrogatorio per i propri assistiti, limitandosi a chiedere un colloquio dello stesso legale con il pm titolare delle indagini. Va altresì evidenziato che, nella nota redatta dalla Diocesi di Mileto – Nicotera – Tropea si fa riferimento alla circostanza che uno dei sacerdoti protagonisti della vicenda (Maccarone Graziano) è stato, a sua insaputa, registrato dalla persona offesa - vittima del reato di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso  - e si allude al fatto che  il contenuto di queste registrazioni sarebbe stato “artatamente alterato e artificiosamente interpretato, fino ad accusarlo di messaggi a sfondo sessuale con la figlia disabile".

 

Si legge, inoltre, che "l’accusa di violenza e tentata estorsione di stampo mafioso usata da don Maccarone nei confronti del Mazzocca è senza riscontri nella realtà e che per tale ragione gli imputati hanno provveduto a sporgere querela nei confronti del denunciante, presso la Procura della Repubblica di Vibo Valentia. Sul punto preme sottolineare che i plurimi accertamenti compendiati nel fascicolo delle indagini preliminari – sottolinea il procuratore Gratteri - recano oltre alle iniziali registrazioni versate agli atti dalla vittima della vicenda estorsiva, le acquisizioni dei tabulati telefonici, gli esiti delle attività tecniche di intercettazione, nonché le dichiarazioni dalle persone informate sui fatti.

 

Proprio dagli esiti intercettivi emergeva che don Graziano Maccarone si era attivato per recuperare la somma di denaro data in prestito al Mazzocca, percorrendo quella che lo stesso prelato definisce come la cosiddetta “strada parallela”. In particolare, rivolgeva al Mazzocca Roberto delle minacce esplicite, comunicate tramite don Nicola De Luca (il quale avrebbe dovuto fargli sapere che “se dovesse partire la macchina non si fermerà più”, avvisandolo di “stare attento, che avrebbe fatto una brutta fine”) e in ultimo - dopo aver preso contatti con soggetti di Nicotera Marina, tra cui il cugino Tomeo Antonio Giuseppe, vicino a Mancuso Pantaleone classe agosto ‘61 – riferiva all’amico sacerdote di mettersi da parte, informandolo, nelle date del 18 marzo e del 26 marzo 2013, che sarebbero intervenuti direttamente “i suoi cugini” e avrebbe recuperato il denaro “per vie traverse”, specificando altresì che si era “mosso con i suoi canali”, che “aveva informato la cerchia che lui sapeva” e che fosse stato per la sua volontà, li avrebbe mandati quella notte stessa a picchiare il Mazzocca ma le persone alle quali si era rivolto gli avevano detto “Non è il momento…perché ora il fuoco è troppo alto e ci bruciamo tutti…perché se agiamo…questo fa una piccola cosa…a voi rimane la macchia…non è che non vi rimane!!! Quindi non è ora…cercate un compromesso per temporeggiare e poi interveniamo…”. Tale ricostruzione specifica dell’evoluzione dell’indagine è resa pubblica – conclude Gratteri - al fine di dare massima trasparenza all’azione della Procura della Repubblica e della Squadra Mobile di Vibo Valentia, che hanno operato senza “artatamente alterare e artificiosamente interpretare” le risultanze oggettive confluite nel fascicolo delle indagini». 

 

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