Ecco le carte che smentiscono il candidato 5s che negava l’appartenenza del padre alla P2

L’esponente pentastellato Vittorio Bruno aveva replicato piccato alla nostra inchiesta: «Andatevi a informare meglio!». Lo abbiamo fatto. E il risultato non solo conferma quanto avevamo già scritto ma fa nuova luce sull’organicità del padre Paolo alla massoneria deviata di Licio Gelli

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di Alessia Candito
22 gennaio 2020
19:15

Chi alla stampa chiede «impegnarsi un po’ di più per approfondire i fatti» dovrebbe essere certo che nessuno poi lo faccia davvero. Perché c’è chi ha il vizio della memoria e dell’approfondimento e le cose poi saltano fuori.

Vittorio Bruno ha tentato di smentire che il nome del padre appaia negli elenchi della P2 – facilmente reperibili con una banale ricerca on line – sbandierando un documento del 1982, con cui il ministero della Difesa dichiara chiusa la pratica sul padre.

Quel “prosciglimento” però non è una sentenza, ma l’esito di un’inchiesta disciplinare interna all’Ente presso cui il padre del capolista Cinque Stelle in circoscrizione Nord era impiegato come componente della segreteria particolare del ministro. Lo stesso ministero che all’epoca dello scandalo si trovò fin troppi funzionari di alto grado, ufficiali e generali con stellette in quelle liste.

Le indagini della commissione bicamerale d'inchiesta

Ma in quegli anni a infischiarsene di quelle righe e a decidere di approfondire è stata la commissione bicamerale d’inchiesta che sulla P2 è stata istituita – la commissione Anselmi – con la medesima legge che ha sciolto la loggia perché pericolosa ed eversiva dell’ordine democratico. Atti e documenti usati da quella commissione da qualche anno sono stati desegretati e lì in mezzo, anche su Paolo Bruno, c’è più di un particolare interessante.

I parlamentari hanno lavorato per anni sulla P2.
Forte dei propri poteri ispettivi, la commissione non si è fermata all’elenco sequestrato nella fabbrica di proprietà di Licio Gelli a Castiglion Fibocchi, ma è andata avanti con ispezioni, perquisizioni e acquisizioni di carte, oltre che con audizioni di testimoni e diretti interessati. E su Paolo Bruno di cose ne ha trovate. Primo, il suo nome compare in un elenco ordinato di appartenenti alla loggia con tanto data di iscrizione, numero di tessera, periodo di validità e oboli, cioè quote, più il grado massonico ricoperto.

Nome, indirizzo e numeri di telefono corrispondono a quelli del padre del capolista Cinque Stelle. E in quell’elenco compaiono anche il grado massonico – primo, nel caso di Paolo Bruno – il codice di affiliazione che identifica gli iniziati alla medesima “tornata” (E.18.77), il numero di tessera 1686, la data di scadenza, 31 dicembre 1982, e le quote versate ogni anno: 50mila lire nel 1977 e 50mila lire nel 1978.

Nel medesimo elenco compare anche il nome del cugino, il colonnello, negli anni diventato generale, Walter Bruno, sempre con sigla in codice E.18.77.

 

La lista è oggetto di un fitto carteggio fra Licio Gelli e  i suoi delegati come il colonnello Bruno Della Fazia o Bruno Mosconi, che con precisione la aggiornano e ne discutono.

E tutto appare meno che un indirizzario se è vero che in più di una delle lettere catalogate a corredo dalla commissione si legge «ti rimetto qui in allegato l’elenco di tutti gli amici che sono stati affidati alle tue cure, a ciascuno dei quali è stato dato il tuo nome ed è stato chiarito che per ogni richiesta di solidarietà dovranno rivolgersi a te». In più, la commissione trova il nome del padre del candidato pentastellato, Paolo Bruno e del cugino Walter in altre due liste, in cui vari soggetti vengono elencati per funzione.

La lista dei pagamenti

Ma in più fra gli atti della commissione c’è anche un elenco di nominativi di “fratelli” da cui vengono spuntati quelli che hanno già versato la quota. Bruno senior è fra i morosi, ma non è l’unico della lista.

 

Elementi ritenuti sufficienti per convocare Paolo Bruno e chiedere spiegazioni.

Gli interrogatori

L’ex onorevole viene sentito nell’ottobre dell’81 e di fronte al giudice che lo interroga snocciola tutta la sua storia massonica.

Il primo contatto – racconta – risale al 1971 «presentando in modo autonomo il modulo di domanda per l’iscrizione» tuttavia sostiene Bruno «non valgo a ricordare come ne entrai in possesso». A suo dire, quella domanda non avrebbe ricevuto risposta, ma nel 1975, quando «sono stato eletto Consigliere Regionale nelle liste del partito PSDI in Calabria in questa occasione, proprio nel periodo della campagna elettorale ho avuto contatti con amici iscritti alla Loggia “Keramos” di Cosenza. Tali amici erano L' Avv. Peppino Colao, il Dr. Roberto Marenda ed il Dr.Pino Tenuta. Verso la fine del 1977 mi iscrissi alla Loggia “Keramos” dipendente dal Rito Scozzese antico e accettato, con sede in Roma credo al Palazzo Giustiniano. Non ebbi alcuna iniziazione alla Loggia perchè io feci presente che fin dal 1971 avevo presentato domanda di iscrizione al Grande Oriente d'Italia».

Insomma, per tutti Paolo Bruno era già un fratello e come tale accolto alle riunioni, dove – sostiene - «ebbi occasione di conoscere tali Giorgio Tenuta, Mario Pingitore ed altri di cui al momento non ricordo il nome».

Dopo avrebbe chiesto di essere esonerato dalle riunioni per motivi di lavoro e avrebbe frequentato solo sporadicamente i”fratelli” . «Voglio precisare – aggiunge infine Bruno - che la Loggia riveste un carattere autonomo nell'ambito dell'organizzazione della Massoneria, non rilascia tessere di alcun tipo ed oggi è denominata “Vittorio Colao”. Attualmente sono regolarmente iscritto alla loggia e di tanto in tanto verso contributi nell’ordine di venti, trentamila lire ciascuna».

Di fronte al giudice, Bruno nega di aver aderito alla Loggia P2, anzi – afferma - «non comprendo come mai il mio nome sia inserito nell'elenco degli appartenenti». Tuttavia non può che confermare che suoi siano i numeri di telefono di casa e dell’ufficio indicati in elenco «ma sono nell’elenco telefonico di Cosenza», così come non sa spiegare come mai risultino regolarmente versate delle quote e neanche come mai accanto al suo nome ci sia anche il numero di tessera. Traduzione sui documenti che gli sono stati presentati in visione non sa dare una spiegazione.

I rapporti con Gelli

Ammette però di aver conosciuto e frequentato Licio Gelli. «Fui invitato da mio cugino Walter Bruno, residente a Roma, a partecipare ad una battuta di caccia a Chiusi in una tenuta di Mario Lebole, in tale occasione mi venne presentato Licio Gelli. Ebbi occasione di rivederlo nel corso di altre due o tre battute di caccia svoltesi ad Arezzo, sempre nella tenuta Lebole».

E poi precisa «ho conosciuto Gelli nel periodo in cui ero componente della segreteria particolare (e non segretario) del ministro della Difesa. Dal gennaio 1972 sono andato via dal ministero della Difesa senza farvi più ritorno e che all’atto in cui avrei dovuto dare la mia adesione alla Loggia P2 io ero consigliere regionale».

Anche il nome del cugino di Paolo Bruno, il generale Walter compare negli elenchi sequestrati a Castiglion Fibocchi. Ma nel suo caso c’è anche qualche dettaglio aggiuntivo. Primo una missiva con allegata una minuta di lettera da inviare «al dottor Walter Bruno della segreteria del presidente Saragat che fa parte del gruppo che mi ha presentato Gelli».

 

Bruno “reclutatore”

E poi un’altra circostanza che sembra qualificarlo  come “reclutatore”. Si tratta di una denuncia presentata da due alti militari contro i vertici della P2, uno dei quali, interrogato, indica proprio Bruno come colui che per primo cercò di introdurlo alla corte di Gelli.

Ma della questione se ne parla anche nel verbale di una seduta di loggia finito all’esame della commissione. In quel documento si legge che «l’onorevole Belluscio ha perorato la causa di un certo Bruno che avrebbe convinto due alti ufficiali ad aderire al Gr. Oriente mentre costoro furono iniziati nel 1980 da Gelli alla presenza del Fr. Gamberini. Questi due ufficiali hanno sporto denuncia contro Gelli e il Gr. Maestro Dattelli per raggiri e si sono costituiti parte civile per ottenere il risarcimento dei danni morali e materiali. Bruno, coinvolto in questa vicenda, afferma di far parte del GOl dal 1971 e vorrebbe essere aiutato in qualche modo».

E l’opinione del “fratello” Belluscio doveva essere tenuta in conto fra i grembiuli, se è vero che «il fratello De Rose – continua il verbale – fa suo il desiderio di Belluscio che ha contattato la maggior parte dei 953 dell'elenco di Gelli e vorrebbe tentare di recuperarli al Goi». Componente della segreteria personale di Saragat, deputato per tre legislature con il Psdi, anche il nome di Belluscio compare nell’elenco sequestrato a Castiglion Fibocchi e secondo alcune fonti proprio lui avrebbe fatto avere alla commissione un elenco di iscritti alla P2 ritransitati nel Goi.

Ma gli impegni romani, non hanno impedito a Belluscio di governare per quasi 30 anni, dal 75 al 93 e dal 1997 al 2004 il Comune di Altomonte, lo stesso borgo cosentino in cui svetta il Castello dei Conti, struttura medioevale in mano alla madre del capolista pentastellato, Valerio Bruno, che risulta proprietario dei terreni. Una location nota nel panorama ricettivo calabrese. Ma anche nei tribunali. Da più di un decennio è al centro di un’intricata diatriba di fronte alla giustizia amministrativa a causa di un maxiparcheggio in cemento armato con tanto di piscina annessa.

Giornalista
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