Il caso

Rinascita Scott, la Range Rover finita all’asta e il trucco (illegale) per rientrarne in possesso

La metaforica vicenda dell'auto dei fratelli vibonesi Artusa ricostruita dal maresciallo del Ros Vincenzo Franco esaminato dal pm antimafia Anna Maria Frustaci

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di Pietro Comito
28 dicembre 2021
12:21

Come ritornare in possesso (ovviamente in maniera illecita, secondo il costrutto accusatorio) di un bene finito all’asta... È una vicenda paradigmatica quella da cui muove l’ultima udienza del maxiprocesso Rinascita Scott. Ruota attorno alla preziosa Range Rover Evoque dei fratelli Artusa.

Viene chiarita - almeno secondo il teste esaminato dal pm antimafia Anna Maria Frustaci, Vincenzo Franco, maresciallo capo del Ros di Catanzaro - grazie ad una serie di intercettazioni che coinvolgono, oltre gli Artusa (noti commercianti di capi d’abbigliamento griffati che la Dda di Catanzaro considera legati a doppio filo al crimine organizzato), anche gli imputati Gianfranco Ferrante (uomo di fiducia del superboss Luigi Mancuso) e Antonio Lopez y Royo (titolare di una importante pasticceria e società di catering di Vibo Valentia, che nel processo è presente nella doppia veste di imputato ma anche di parte lesa). Nelle conversazioni che rientrano tra le fonti di prova, finisce anche Pasquale Gallone (braccio destro di Luigi Mancuso, già condannato a vent’anni di carcere nel troncone del maxiprocesso che si è definito con rito abbreviato).


Il caso a Vibo

Già tra i beni di una procedura fallimentare definita con sentenza del Tribunale di Vibo Valentia risalente al 9 maggio 2014, alla Range Rover Evoque sarebbero stati interessati, quali partecipanti all’asta avviata il 27 giugno 2016, inizialmente nove acquirenti, poi saliti a tredici. Alcune circostanze gli Artusa le avrebbero apprese in anticipo, grazie alla presunta complicità del referente dell’istituto preposto alla vendita giudiziaria (non imputato). «Il loro obiettivo, su suggerimento di Ferrante – chiarisce il maresciallo Franco rispondendo alle domande del pm Frustaci – era quello di far presentare un’offerta, la più alta, a Lopez y Royo, che sarebbe stato un mero prestanome. Una volta vinta l’asta, egli non avrebbe saldato il prezzo e si sarebbe proceduto a trattativa privata direttamente con il curatore fallimentare (non imputato), che avrebbe dato loro suggerimenti su come tornare in possesso del bene».

Le pratiche predisposte dagli Artusa e i soldi

Sarebbero stati gli stessi Artusa, secondo quanto rilevato dal Ros di Catanzaro nelle intercettazioni, non solo a predisporre tutte le pratiche per la partecipazione all’asta, acquisendo dati e documenti di Lopez, che sarebbe stato «pienamente consapevole della manovra messa in atto dagli esecutati», ma anche a mettere a disposizione i soldi

Gli Artusa e, in particolare, Mario presero quindi parte all’asta giudiziaria telematica grazie alla complicità – sempre secondo il teste e l’accusa – di Lopez y Royo. Singolare è che a tenere i contatti con un altro referente dell’istituto preposto all’asta telematica sia stato proprio uno degli esecutati, quindi lo stesso Mario Artusa, presentandosi come Lopez y Royo, il quale si sincerava che si fosse perfezionata l’offerta all’asta che si sarebbe chiusa il 27 luglio 2016. Se l’aggiudicarono, quindi, con un’offerta complessiva di 21.500 euro, «proposta all’ultimo minuto». Altra singolarità: subito l’aggiudicazione dopo sarebbe stato Mario Artusa a tentare di contattare reiteratamente e poi ad incontrare proprio il curatore fallimentare.

L’imprevisto con l'offerta di un imprenditore e il finale

Il piano, pertanto, prevedeva che non fosse effettuato il saldo del dovuto affinché si procedesse ad una trattativa privata attraverso ulteriori offerte al curatore del bene. C’era però un imprevisto, perché subentrava l’offerta di acquisto irrevocabile da parte di un imprenditore edile di Francica, per 19.000 euro.


E qui, come emergerà dalle intercettazioni, il curatore si trovò spiazzato e dirà, spiega in aula il teste, richiamando la sintesi fatta da Mario Artusa: «Se io rifiutavo questa offerta qua di 19mila, mi arrestavano…». Finì che gli Artusa riuscirono comunque a metterci una toppa, inducendo l’imprenditore - dopo averne convocato il fratello direttamente a casa di Pasquale Gallone - a trasferire l’auto ad una concessionaria riconducibile ad un congiunto dei boss di San Gregorio d’Ippona Gregorio Gasparro e Saverio Razionale, attraverso la quale, pagato il dovuto, la riottennero.

Giornalista
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