’Ndrangheta

Rinascita Scott, Michele Camillò: «Ho iniziato a delinquere su invito di Bartolomeo Arena»

Esordio nel maxiprocesso, davanti al Pm Antonio De Bernardo, per l’ultimo dei collaboratori di giustizia di Vibo Valentia, fra battesimi di sangue e scissioni fra i clan

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di Giuseppe Baglivo
19 ottobre 2021
22:40

Esordio nel maxiprocesso Rinascita Scott del collaboratore di giustizia, Michele Camillò di Vibo Valentia l’ultimo a “vuotare il sacco” con la Dda di Catanzaro. A condurre l’esame, il pubblico ministero Antonio De Bernardo che ha approfondito diversi episodi. «Ho iniziato a collaborare otto mesi dopo l’operazione Rinascita Scott. In precedenza ho lavorato nell’ufficio tecnico del Comune con la ditta dei rifiuti Eurocoop, poi in ospedale a Vibo nella sala raggi ed infine a La Spezia in una ditta di costruzioni. Collaboro per cambiare vita. Ho iniziato a delinquere – ha dichiarato Camillò – su invito di Bartolomeo Arena che mi mandò una volta ad incendiare l’auto di Tagliacozzo».

Sarebbero stati Bartolomeo Arena e Marco Pardea ad invitare Michele Camillò a far parte della ‘ndrangheta, mandandolo a chiedere un “fiore” (cioè la concessione di essere affiliato) a Totò Macrì. Il “battesimo”, stando al racconto del collaboratore, sarebbe avvenuto nel 2013 a casa di Bartolomeo Arena. «Erano presenti anche Raffaele Pardea, Domenico Pardea detto Il Lungo, cognato di Morelli, Michele Manco, Marco Pardea, Antonio Macrì e lo stesso Bartolomeo Arena. Nell’occasione siamo stati affiliati io – ha ricordato Camillò – Marco Pardea, Michele Manco e Domenico Pardea. Ci hanno dato dei fogli con le formule di affiliazione tramite il padre di Domenico Pardea, ovvero Pinuccio Pardea. Delle nuove affiliazioni vennero portati a conoscenza Raffaele Franzè ed Enzo Barba con i quali si era interfacciato Antonio Macrì. In copiata portavo il nominativo di Enzo Barba quale capo società».


Le riunioni di ‘ndrangheta

Diverse le riunioni di ‘ndrangheta tenute a Vibo Valentia per procedere alle affiliazioni. “Bruno Barba, detto Celestino, l’ho conosciuto come camorrista nel corso di una riunione di ‘ndrangheta in un garage di Pasqualino Callipo posto di fronte all’istituto Magistrale. Nel corso della riunione vennero affiliati alla ‘ndrangheta Pasqualino Callipo e Vincenzo Lo Gatto. Erano presenti nell’occasione Mimmo Prestia, Nicola Lo Bianco, Nazzareno Franzè, detto Paposcia, che era il Mastro di giornata,  Domenico Pardea, Marco Pardea, Salvatore Lo Bianco detto U Gniccu”.

Altra importante riunione, ad avviso del collaboratore, si sarebbe poi tenuta al cimitero di Vibo Valentia. “Le chiavi del cimitero le aveva Totò Macrì al quale le aveva date Francolino, custode del cimitero. Eravamo fra le venti e le trenta persone. Ricordo che erano presenti Enzo Barba, Carmelo D’Andrea, Mimmo Prestia, Leoluca Lo Bianco, Salvatore Mantella, Vincenzo Mantella, Bartolomeo Arena, Antonio Lo Bianco e altri. In tale riunione – ha affermato Michele Camillò – si è proceduto alla creazione del Buon Ordine, ovvero alla fusione fra i clan Lo Bianco-Barba da un lato e Camillò-Pardea-Macrì dall’altro. Era presente anche mio padre Domenico Camillò che dopo Carmelo Lo Bianco detto Piccinni deteneva a Vibo la carica di ‘ndrangheta più elevata”.

Altra riunione ancora sarebbe invece avvenuta nel 2014 a Vibo Valentia all’interno di villa Gagliardi. «Erano presenti Leoluca Lo Bianco, Nicola Lo Bianco, Pinuccio Pardea, Pasqualino Callipo, Mimmo Prestia, Bartolomeo Arena, Totò Macrì, Carmelo Lo Bianco, Nazzareno Franzè detto Paposcia e Antonio Lo Bianco. L’argomento al centro della discussione – ha ricordato Michele Camillò – era dato dall’atteggiamento del capo società Enzo Barba che non divideva le estorsioni con gli altri e manteneva un buon rapporto con i Pugliese, detti Cassarola. Enzo Barba aveva anzi un comparaggio con Rosario Pugliese e faceva usura insieme a lui e ad Antonio Pugliese, detto Il Maresciallo. Il nostro gruppo si lamentava di questa cosa ed alla fine è nato il distacco perché stanchi di Enzo Barba e del suo modo di fare».

Ulteriore riunione ricordata da Michele Camillò è stata quella in località Cervo di Vibo su convocazione di Antonio, detto Totò, Macrì. «Erano presenti Carmelo D’Andrea, Vincenzo Lo Gatto, Michele Macrì e Giovanni D’Andrea. Dovevano fare picciotto di giornata a Salvatore Evalto e io nell’occasione – ha spiegato il collaboratore – dovevo fare il punteruolo e Giovanni D’Andrea il mastro di giornata. Erano cariche che variavano ogni tre mesi»

Gli altri affiliati ai clan di Vibo

Diversi i presunti affiliati ai clan di Vibo Valentia ricordati in aula da Michele Camillò. Come “Roberto Cutrullà che mi è stato presentato da Bartolomeo Arena come mio mastro, cioè con un grado superiore al mio nel 2013. Era da poco uscito dal carcere”. Fra le altre persone che gli sarebbero state presentate come affiliate alla ‘ndrangheta, il collaboratore ha ricordato i tre fratelli “Leoluca Lo Bianco, detto il Rozzo, Nazzareno Lo Bianco detto Giacchetta, Nicola Lo Bianco” e poi ancora: “Antonio Lo Bianco, Domenico Lo Bianco il fioraio, Salvatore Furlano, Mimmo Prestia, Pinuccio Pardea, Vincenzo Lo Gatto, Francesco Carnovale, Domenico Rubino, Leonardo Manco, Giuseppe Lo Bianco detto U Tapezzeri, Lorenzo Lo Bianco che ha una trattoria ed è figlio di Antonio Lo Bianco, Giovanni D’Andrea e il padre Carmelo D’Andrea, Michele Pugliese Carchedi, Michele Dominello, affiliato nel 2016, Domenico Tomaino, Carmelo Lo Bianco detto Caprina, Salvatore Morelli, Fortunato Ceraso mio fratello Giuseppe Camillò e mio nipote Domenico Camillò”.

Michele Camillò ha altresì ricordato di aver “partecipato all’affiliazione di Giuseppe e Tonino Franzè, avvenuta a casa di Tonino Chiarella, detto Ricotta, che all’epoca – ha spiegato il collaboratore – aveva una casa in affitto sopra il circolo Il Diamante”.

Roberto Cutrullà, Giuseppe Lo Bianco (U tapezzeri), Nazzareno Lo Bianco (alias Giacchetta), Lorenzo Lo Bianco, Domenico lo Bianco (il fioraio), Pinuccio Pardea, Carmelo Pardea, Tonino Chiarella, Giuseppe Franzè, Tonino Franzè, Leonardo Manco, Antonio Pugliese, Salvatore Evalto, Pasqualino Callipo e Marco Pardea non figurano fra gli imputati di Rinascita Scott.

 

Giornalista
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