Rinascita-Scott, il pentito Moscato accusa Giamborino: «Era il referente dei Piscopisani»

Il collaboratore di giustizia sull'ex consigliere regionale: «Lui e Comito erano gli interlocutori politici del clan. I voti li ha ottenuti da noi»

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di Giuseppe Baglivo
11 marzo 2021
18:46
Pietro Giamborino
Pietro Giamborino

Si inizia a parlare nel dettaglio di alcuni imputati “eccellenti” del maxiprocesso Rinascita-Scott e l’udienza odierna è servita alla pubblica accusa per entrare nel vivo di alcune specifiche contestazioni e portare alla luce i contatti fra i clan e gli ambienti politici ed imprenditoriali di Vibo Valentia. Ha fatto infatti oggi l’esordio nel maxiprocesso il collaboratore di giustizia, Raffaele Moscato, azionista e sicario del clan dei Piscopisani che in carcere aveva raggiunto nella ‘ndrangheta la dote del Vangelo. Diversi gli imputati sui quali si è soffermato rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro, Andrea Mancuso, tirando in ballo l’ex consigliere regionale del Pd, Pietro Giamborino, e gli imprenditori Gianfranco Ferrante ed i fratelli Artusa.


“Gli interlocutori politici del clan dei Piscopisani – ha dichiarato Moscato in aula in videocollegamento – sono Pietro Giamborino e Pietro Comito. Di quest’ultimo, però, non so dire altro anche perché non lo conosco. Di Pietro Giamborino, invece, posso dire che faceva parte del vecchio locale di ‘ndrangheta di Piscopio e poi è passato con noi. Era un affiliato al nostro locale di ‘ndrangheta e quando nel 2010 vinse le elezioni si recò ubriaco alle tre di notte a casa di Rosario Battaglia con una bottiglia di champagne per festeggiare. In cambio dei voti, il neo eletto Giamborino sistemò da un punto di vista lavorativo dei parenti dei Battaglia, in particolare una ragazza è stata sistemata come segretaria nello studio legale di un avvocato, un’altra è stata assunta in un supermercato.

Pietro Giamborino era stato battezzato nel vecchio locale quando c’era capo Ciccio Ammaculata, un’altra persona vicinissima tuttora a noi Piscopisani. Anche Giovanni Giamborino e suo padre facevano parte del locale di ‘ndrangheta di Piscopio. Pietro Giamborino chiedeva direttamente i voti a Rosario Battaglia ed al fratello Giovanni Battaglia. I voti li ha ottenuti dai Piscopisani e in cambio Giamborino non gli dava soldi ma favori, come – ha spiegato Moscato – l’aggiudicazione di lavori ad imprenditori vicini ai Piscopisani, ditte compiacenti, come quella di Pino D’Amico della Dmt Petroli. Queste ditte poi pagavano la mazzetta ai noi Piscopisani dopo aver chiuso i lavori. Ricordo – ha dichiarato il collaboratore – che nel 2013 c’era un grosso lavoro da fare e sia Rosario Fiorillo che Rosario Battaglia mi dissero che Pietro Giamborino stava dalla loro parte e doveva avere il nostro sostegno elettorale in cambio di posti di lavoro per la famiglia D’Angelo-Battaglia”.

Le dichiarazioni sugli imprenditori Artusa

Raffaele Moscato, sempre rispondendo alle domande del pm, si è quindi soffermato sugli imprenditori Mario e Maurizio Artusa. “Sono dei commercianti con un negozio di alta moda a Vibo – ha ricordato Moscato – ma tale negozio si sapeva nel nostro ambiente che era del boss Cosmo Michele Mancuso di Limbadi. I Piscopisani acquistavano spesso capi di abbigliamento dagli Artusa, a volte ci trattava bene, altre volte male. In un’occasione Rosario Fiorillo, detto Pulcino, si rifece l’intero guardaroba spendendo dagli Artusa ottomila euro in abbigliamento.

Non ci trattò bene in tale occasione e io andai direttamente nel negozio per picchiarlo. Maurizio Artusa però riuscì a scappare e nell’occasione cercò di chiamare i carabinieri. Il fratello Mario Artusa, invece, si interessò con Cosmo Michele Mancuso per cercare di proteggere l’imprenditore Pino Lo Preiato del ristorante L’Approdo e dell’hotel Cala del Porto dalle aggressioni di noi Piscopisani che gli avevamo sparato la vetrata dell’hotel e ci recavamo al ristorante trattandolo male e cercandogli l’estorsione”.

Le accuse nei confronti di Gianfranco Ferrante

Raffaele Moscato non ha poi risparmiato un altro imputato “eccellente”: l’imprenditore di Vibo Valentia Gianfranco Ferrante. “È il proprietario del Cin Cin bar – ha dichiarato Moscato – ed a noi Piscopisani ci favoriva spesso cambiandoci degli assegni come a Rosario Fiorillo a cui cambiò diecimila euro.

So che non era sottoposto ad estorsione da parte del gruppo di Andrea Mantella in quanto Ferrante era collegato a Damiano Vallelunga, il boss dei Viperari di Serra San Bruno, ucciso nel 2009 ma che sin quando è stato in vita era la figura più autorevole dell’intera criminalità organizzata del Vibonese. In ogni caso, so che Ferrante trattava bene Andrea Mantella, Francesco Scrugli e Salvatore Morelli che qualunque cosa prendevano dal Cin Cin Bar, champagnè o altro, pagavano solo cinque euro”.

Giornalista
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