Dormiva in un garage di circa 25 metri quadri il giovane 38enne di origine marocchina vittima di caporalato da parte del proprietario di un maneggio a Cirò Marina. Un ambiente unico in cui cucina, camera da letto e bagno stavano ammassati in mezzo a muffa, incrostazioni e cattivo odore. Eppure per il ragazzo, che chiameremo K., quel rifugio insalubre era l’unico alloggio, così prezioso da avere paura di perderlo anche quando ha avuto un incidente sul lavoro e si è trovato a vagare in cerca di cure.
Ma proviamo a riannodare i fili di questa storia approdata nei faldoni di un’inchiesta della Procura di Crotone.

Il caporalato

Dal 13 dicembre 2024 al 28 maggio 2025 un ragazzo marocchino di 38 anni ha lavorato in un maneggio di Cirò Marina dal martedì alla domenica, per mediamente 10 ore al giorno, guadagnando in tutto 3.450 euro. L’equivalente di 24,47 euro al giorno, 2,45 euro all’ora.
A sfruttarlo, sostiene la procura di Crotone guidata da Domenico Guarascio, il proprietario del maneggio che avrebbe approfittato della condizione di bisogno e clandestinità di K., in assenza di un contratto di lavoro, per prendersi cura di 23 cavalli (diventati 30 nel corso del tempo), dei loro box di ricovero, nonché di gestire l’intero maneggio.
E mentre i cavalli venivano curati e le loro stalle pulite, K. veniva alloggiato in un ambiente di 25 metri quadri «con muffa su pareti e soffitti, con sanitari incrostati e danneggiati, avente scarichi insufficienti e da cui fuoriuscivano olezzi maleodoranti, con un piano cottura sporco, scrostato, privo di lavandino, e avente come sistema di riscaldamento una stufa a gas, la cui bombola era di volta in volta acquistata» dallo stesso ragazzo coi pochi soldi che percepiva.

Al termine delle indagini del Nucleo carabinieri Ispettorato del Lavoro (Nil) di Crotone il gip Elisa Marchetto ha disposto gli arresti domiciliari per Vincenzo De Leo, 26 anni, per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, in una parola caporalato.
Secondo l’accusa, l’indagato avrebbe sfruttato lo stato di bisogno del 38enne marocchino che si trovava senza permesso di soggiorno, senza casa e conoscenza della lingua italiana e dei diritti dei lavoratori dipendenti. Senza contare l’urgenza di trovare un lavoro per poter campare.
La persona offesa veniva tenuta in questo terribile limbo con la promessa mai mantenuta ma più volte manifestata, raccontano le indagini, di attivare la procedura per far ottenere il permesso di soggiorno.

Come nasce l’inchiesta

Il 27 maggio 2025 un consulente dell’associazione anti-tratta “Associazione Comunità Progetto Sud Ets” di Lamezia Terme avverte i carabinieri del Nil di Crotone che un cittadino marocchino, privo di permesso di soggiorno, gli aveva segnalato di essere vittima di sfruttamento e di lavorare a Cirò Marina, nel maneggio gestito da De Leo quale presidente dell’“Associazione Sportiva Dilettantistica Yeguada Vincenzo De Leo”.
Quando i militari arrivano trovano De Leo all’ingresso della struttura e il dipendente intento a spalare fieno in una stalla «impaurito e dolente» a causa di un forte dolore alla schiena causato di un incidente sul lavoro. Lavoro per il quale, oltre alla paga scarsa, e nessuna copertura previdenziale assicurativa, non aveva nessuna attrezzatura anti-infortunio.

L’alloggio insalubre

Subito dopo i primi accertamenti i carabinieri hanno visitato l’alloggio e lo hanno descritto come un «unico ambiente di circa 25 mq, si presentava in condizioni igienico-sanitarie assai precarie, risultando insalubre, trascurato e all’evidenza inadatto alla permanenza di persone. In particolare, veniva rilevata presenza di muffa su pareti e soffitti, segno evidente di infiltrazioni d’acqua e di scarsa ventilazione. Anche il bagno versava in condizioni di evidente degrado, con sanitari sporchi, incrostati e danneggiati; gli scarichi erano inefficienti e si percepivano esalazioni maleodoranti. Nello scantinato vi erano, altresì, vari residui alimentari in decomposizione, ricoperti da moscerini; il frigo si presentava vuoto, con solo del latte all’interno. Gli arredi erano sporchi, rotti e inutilizzabili. L’ambiente era privo di impianti di climatizzazione: vi era solo una vecchia stufa alimentata con delle bombole di gas per i periodi invernali. Anche il piano cottura risultava essere completamente impraticabile, per la sporcizia che lo ricopriva. Le descritte condizioni – certamente non riconducibili ad una mera incuria o trascuratezza dell’occupante - determinavano un ambiente malsano, non conforme ai requisiti minimi previsti per l’abitabilità, rappresentando un rischio per la salute pubblica e per la sicurezza dell’occupante soprattutto nelle sue condizioni di soggetto asmatico».

Le lacrime e la denuncia

Quando tutto è venuto alla luce agli occhi dei militari il dolore si è fatto strada nel 38enne che si è lasciato andare al pianto «per il forte dolore alla schiena ed accettava l’antidolorifico che gli veniva offerto».

Il racconto del giovane parte dall’infanzia, un’infanzia in Marocco che descrive come povera e infelice a causa di «un ambiente di privazioni e violenze patite sin da quando ero piccolo per mano di mio padre e di mio fratello più grande. Sono stati questi i motivi che mi hanno costretto all’età di 14 anni ad abbandonare la mia famiglia e ad andare a vivere da solo, tant’è che, da allora, non ho più rapporti familiari. Quando sono andato via da casa, mi sono ritrovato da solo ad affrontare la vita, ho avuto tantissimi problemi ma ho cercato sempre di lavorare e di vivere onestamente».

La rotta balcanica e l’arrivo al maneggio

Il giovane in Marocco veniva «sfruttato e maltrattato perché tutti si approfittavano di me: per questi motivi, ho pensato di scappare dal Marocco, perché sentivo di non avere possibilità di vita». Ha seguito la rotta balcanica e ha vagato in cerca di un posto stabile, di una casa accogliente e di un lavoro dignitoso che non ha mai trovato. Ha trovato tanta fatica e pochissima dignità retributiva fino a quando, con la promessa di una regolarizzazione e di una paga di 700 euro al mese ha accettato di lavorare nel maneggio di De Leo.
«Vincenzo – racconta – mi ha fatto capire che avrei dovuto lavorare dalle 08:00 alle 12:00, che avrei potuto fare la pausa pranzo, e che avrei ripreso a lavorare dalle 15:00 alle 19:00».
Il lavoro è duro e faticoso, sempre in piedi, sempre in movimento, senza neanche un paio di guanti a proteggere le mani, «avevo spesso dolori alla schiena e alle braccia soprattutto quando c’erano da caricare e da scaricare i materiali che arrivavano nel maneggio».
Il giovane marocchino aggiunge che «erano pochi 700 euro rispetto al lavoro da svolgere, che era molto faticoso, ma non mi sono potuto lamentare perché non avevo alternative, rischiavo di perdere la possibilità lavorare e di dormire, e soprattutto la possibilità di avere finalmente un permesso di soggiorno. Per tali motivi, ho accettato tutte le sue condizioni e ho proseguito l’attività lavorativa a quelle condizioni. Trascorsa una settimana circa nella quale ho dormito nella casa grande, Vincenzo mi ha fatto sistemare in un altro posto, ovvero in un garage che si trovava sotto la sua abitazione e quella dei suoi genitori. Si trattava di un garage adibito ad abitazione: c’era un ripostiglio dove erano sistemati diversi materiali; c’era un piano cottura ma mancava il lavandino; infatti, i piatti e le pentole che usavo per mangiare e cucinare dovevo lavarli nel lavandino del bagno…».

La paga da 200 euro

«Nella seconda metà di gennaio 2025 è stata la prima volta che Vincenzo mi ha pagato: mi ha dato solo 200 euro dicendomi che per il momento poteva pagarmi solo quei soldi e che poi mi avrebbe pagato gli altri. Ricordo di esserci rimasto male anche perché, da quel momento in poi, non sono mai stato pagato in modo chiaro e puntuale secondo gli accordi intercorsi prima: mi dava i soldi sempre un po' alla volta (a volte 50 euro, altre volte 100 euro, ecc.), secondo le disponibilità che diceva di avere e sempre dopo tante mie richieste. Non potevo lamentarmi tanto perché avevo paura di perdere quella possibilità, e mi sentivo ogni volta quasi nella condizione di chiedere l’elemosina per avere i miei soldi».

L’infortunio

A fine marzo 2025 il 38enne si infortuna a causa di un cavallo nuovo e ancora selvaggio che lo schiaccia contro un’inferriata.
L’operaio non dice nulla, completa la sua giornata ma il dolore peggiora, non lo fa dormire, diventa insopportabile.
Il primo aprile non riesce ad andare al lavoro ed avverte Vincenzo De Leo con un messaggio. Passa il tempo, De Leo insiste perché l’operaio torni al lavoro ma lui non riesce. Lo portano al Day Hospital AS n. 5 KR. Lo riportano a casa e gli danno «tre compresse di brufen che ho assunto e mi hanno aiutato a riposare meglio nella notte tra il 1° aprile e il 2 aprile».
«Tuttavia – prosegue il racconto –, il 2 aprile stavo ancora male e stavo riposando nel garage, quando ho sentito bussare in modo violento alla porta. Era il fratello di Vincenzo, al quale ho aperto la porta, che gridava contro di me ordinandomi di andare subito al maneggio a lavorare. Ero molto spaventato e, solo per cercare di farlo calmare e per evitare che mi facesse qualcosa, gli ho fatto capire che sarei andato. Tuttavia, dopo che è andato via, sono rimasto a riposare nel garage perché i dolori alla schiena erano ancora troppo forti. Nel frattempo, Vincenzo mi scriveva messaggi whatsapp che traducevo con Google traslate e con i quali mi diceva di andare il pomeriggio a lavorare, che lui non poteva aspettare me e non poteva giocare…».
I giorni trascorrono tra le insistenze dei proprietari a farlo lavorare (con le minacce di Vincenzo De Leo di cacciarlo) e il vagare per cercare una struttura che lo curasse. Nel Pronto soccorso di Crotone, dove arriva da solo, l’operaio dice «non ho capito cosa dovessi fare e in quale posto dovessi andare e non sono riuscito a farmi visitare».
Il ragazzo racconta che De Leo prometteva di accompagnarlo da un dottore, cosa che non avveniva mai.
«Continuavo a lavorare e il dolore aumentava ma avevo paura di lamentarmi con Vincenzo ed ero sfiduciato, perché ormai avevo capito che sarebbe stato inutile e avrei perso tutto: il lavoro, il posto in cui stavo dormendo, i soldi arretrati del mio stipendio, il permesso di soggiorno che continuava a promettermi».

Le valutazioni del gip

Questa odissea ha avuto termine il 28 maggio 2025 con l’arrivo dei carabinieri. Il 38enne mostra messaggi, video, screenshot. Il gip ritiene il racconto coerente con le prove raccolte e ritiene «indubbio di come il datore di lavoro si sia approfittato dello stato di bisogno in cui versava vittima» ed è pacifico che «la persona offesa veniva sottoposta a condizioni di lavoro ingiuste e illegali, in violazione delle norme sull’orario di lavoro, sulla retribuzione ed i contributi previdenziali, sui diritti alle ferie, alla salute ed alla sicurezza sul luogo di lavoro».