Settanta anni fa la rivolta e la strage dei contadini di Melissa

Il commento del giornalista Bruno Gemelli. In quel drammatico contesto del Dopoguerra, morirono tre persone per aver occupato i terreni incolti del barone: «Il popolo affamato guardava impotente l’immobilismo del latifondo»

di Redazione
27 ottobre 2019
10:04
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La strage di Melissa nell’opera di Treccani
La strage di Melissa nell’opera di Treccani

La strage di Melissa nel contriburo di Bruno Gemelli

«Comandati dal tenente Luciani, che già aveva guidato la repressione bracciantile a Gravina di Puglia, arrivarono sul posto cento agenti della Celere di Bari inviati dal ministro degli Interni, il democristiano Mario Scelba, il quale era stato sollecitato ad intervenire dal proprietario del fondo occupato, Giulio Berlingeri, che, possedendo 14 mila ettari nel Marchesato, si sentiva minacciato dalla sollevazione dei braccianti. E lì accadde la disgrazia. L’eccidio. E dire che quei poveri diavoli, alcuni dei quali persino scalzi, avevano accolto i celerini al grido: “Viva la polizia del popolo!”, “Vogliamo pane e lavoro!”. Pasolini vent’anni dopo avrebbe preso la difesa dei poliziotti figli del popolo! In quei contadini, molti dei quali analfabeti, c’era un profondo senso della democrazia e dello Stato. Sul terreno caddero in tre. Si contarono anche quattordici feriti, colpiti (alcuni alle spalle) prima dalle bombe lacrimogene e poi dalle pallottole. Questi i loro nomi raccolti in parte sul posto e in parte all’ospedale di Crotone: Lucia Cannata, Domenico Bevilacqua, Luciano Iocca, Carmine Masino, Antonio Cannata, Giuseppe Ferrari, Silvio Rosati, Vincenzo Pandullo, Francesco Drago, Carmine Sirleti, Francesco Drago, Francesco Bossa, Carmine Tarlesi, Michele Drago, più uno di cui non si ebbero le generalità.

Tre vittime

L’ultima dei tre a morire fu Angelina Mauro la quale, prima che fosse portata all’ospedale di Crotone ferita a un rene dalla polizia, disse rivolgendosi a una parente: “Mammazì, l’avimu patuta” (Madrezia, l’abbiamo avuto il nostro dolore”). Aveva 24 anni e si spense dopo due giorni di atroci sofferenze. Prima di lei caddero, sulle terre arse del feudo Fragalà, Francesco Nigro di 29 anni (era iscritto al Movimento sociale italiano) e Giovanni Zito di appena 15 anni.  Di Zito non c’è neppure una foto perché non aveva fatto ancora il militare, mentre l’altro caduto, Nigro, appare nell’unica foto disponibile vestito da marinaio; un segno dell’estrema povertà in cui viveva quella gente che appunto, per mancanza di soldi, faceva la prima foto sotto la naja.

 

La polizia ebbe un solo ferito (da corpo contundente) e, quindi, cadde subito la tesi della rivolta violenta, anche se si tentò di corrompere qualche medico, creando poi una campagna mediatica, con gli scarsi mezzi del tempo, per accreditare appunto la tesi dell’assalto dei braccianti nei confronti delle forze dell’ordine che avevano sul posto quale informatore un maresciallo dei carabinieri. I morti e i feriti furono portati in paese a dorso di mulo. La colonna dei celerini, rientrando, ripiegò su Cirò Marina evitando di attraversare Melissa la cui popolazione fu presa da un moto di indignazione collettiva. Il prestigioso deputato Fausto Gullo, insieme ad altri dirigenti della sinistra di allora, si recò a Melissa il giorno dopo, ma la strada si fermava a qualche centinaio di metri dal paese offrendo così all’illustre parlamentare un senso di profonda tristezza dentro un quadro di estrema arretratezza. Il governo dell’epoca cercò di mettere la sordina a quei fatti ma l’Avanti! e l’Unità, rispettivamente organi del Psi e del Pci, sollevarono un caso che indignò tutta l’Italia. La comunità internazionale fu informata dell’accaduto da un memorabile articolo di Le Monde che iniziava così: “Ce n’est pas le seul point noir de l’horizont” (Questo non è il solo punto nero dell’orizzonte).

I fatti di Melissa

     Quelle vittime, consegnate ormai alla storia come i “Fatti di Melissa”, sono ancora vivi nella mente di chi ricorda le vicende drammatiche del dopoguerra, l’occupazione delle terre da parte di un popolo affamato che guardava impotente l’immobilismo del latifondo. Era il 29 ottobre 1949. Sono passati settant’anni. Ogni anno si cerca di celebrare, nei modi sobri e riservati che una parte intellettuale e una piccola comunità “osa” riproporre, il canonico anniversario ben sapendo che il ricordo si va via via affievolendo.

     Sui quei fatti molto si è detto e scritto, moltissimo il racconto orale passato di generazione in generazione. Certo le biblioteche e le emeroteche sono sufficientemente coperte da volumi e ritagli di giornali, ma è parere diffuso che ci sarebbe ancora da scavare rispetto al contesto in cui si collocò il dramma e sui retroscena politici che l’accompagnarono in un clima di nascente guerra fredda tra i due blocchi. Un approfondimento sarebbe potuto venire dai ricordi del senatore Pasquale Poerio che visse direttamente quegli avvenimenti (fu anche sindaco di Casabona e Isola Capo Rizzuto oltre che dirigente comunista e agitatore nell’”Alleanza contadina”), non perdendo un solo anniversario a Melissa.  Egli non fece in tempo a scrivere le sue memorie perché raggiunto dalla morte.

Un evento tragico tirato fuori dall'oblio

 Le giovani generazioni potranno forse agganciare quell’evento guardando i quadri di un affermato artista milanese, Ernesto Treccani, che si recò ripetutamente a Melissa, nell’immediatezza dei fatti e anche dopo, per dipingere e disegnare decine di oli, acquarelli, schizzi, tra cui la grande tela che campeggia nella sala consiliare del Municipio di Crotone.  In Calabria ci sono tante strade dedicate a quella strage, è possibile che si facciano ancora tesi di laurea in qualche facoltà di lettere, ma il tragico evento è stato tirato fuori dall’oblio da due cineasti calabresi, Eugenio Attanasio e Giovanni Scarfò, che girarono tempo fa il film per “Melissa ‘49-‘99”.

     Dunque, Melissa appare, nel settantesimo anniversario, come memoria storica, tra un vissuto che portò cocenti illusioni prima e gelide disillusioni dopo, una ventata icastica che produsse sinceri accenti analitici ma anche tracimante retorica. La morte violenta di una donna fu interpretata dalla cultura di sinistra del tempo, e non solo, come un momento alto di emancipazione, il pegno di una partecipazione che sembrò totale anche per gli schemi patriarcali che andavano scardinando in virtù di un riscatto su bisogni ancestrali. 

     I contadini di Melissa non ebbero giustizia. Nel 1953 la Corte d’Assise di Catanzaro assolse tutti, ma gli imputati non furono i poliziotti che spararono ma i braccianti che avevano occupato le terre corredati con gli attrezzi da lavoro. Cadde un oblio di fatto, tant’è che, non si sa perché, non fu celebrato neppure il secondo grado. L’appello lo ha fatto la storia».

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