C'è una nuova pista investigativa sulla scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino

L’analisi minuziosa dei filmati fa emergere la presenza di un ufficiale dell’Arma che avrebbe ricevuto la borsa contenente il taccuino. Il carabiniere fotografato era uomo di fiducia di Mori? Le ipotesi del movimento Agende rosse 

di Consolato Minniti
23 maggio 2019
12:51

C’è una nuova pista, fino ad oggi mai davvero battuta dagli investigatori, per venire a capo di uno dei fatti più misteriosi della storia recente d’Italia: la scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino. Lo spunto arriva da una ricostruzione video minuziosa curata da Angelo Garavaglia Fragetta, uno degli esponenti di punta del movimento “Agende rosse”. È stato lui, infatti, a raccogliere tutto il materiale utile di quel maledetto 19 luglio 1992 ed analizzarlo con particolare cura, scoprendo alcuni dettagli inediti che potrebbero svelare cosa sia veramente accaduto nel pomeriggio del giorno in cui il magistrato Paolo Borsellino fu ucciso in via D’Amelio.

La foto di Arcangioli

Molti ricorderanno l’ormai famigerata fotografia in cui viene ritratto un capitano dei carabinieri in abiti civili, che porta via la borsa di Borsellino dove era custodita l’agenda rossa. Quella, per intenderci, dove, da qualche mese, il magistrato appuntava le cose più importanti, fra cui anche le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia ed altre circostanze non verbalizzate. La certezza che l’agenda fosse all’interno di quella borsa arriva dal fatto che il giudice, durante il suo ultimo viaggio, non fece alcuna sosta prima di arrivare sotto casa della madre. E da quell’agenda, Borsellino, non si separava mai. Inverosimile che potesse tirarla fuori solo per scendere dall’auto e citofonare alla madre. Tuttavia, nonostante anche per i famigliari sia abbastanza chiara la sparizione dell’agenda, nessuna indagine viene fatta sino al 2005, quando una telefonata anonima al giornalista Lorenzo Baldo svela la presenza, in uno studio fotografico di Palermo, di una foto che ritrae un capitano dei carabinieri con la borsa in mano che si dirige via dal luogo dell’attentato. Quell’uomo è Giovanni Arcangioli. Nasce un’inchiesta nella quale però non si arriva ad una verità. Arcangioli viene assolto dall’accusa di furto. Sono diversi, però, i testimoni ascoltati, fra cui l’ex magistrato Giuseppe Ayala.

Le versioni di Ayala e Arcangioli

Ayala, come ricorda Garavaglia nel suo video, già durante il processo “Borsellino ter” narra di un episodio che riguarda l’asportazione della borsa dall’auto di Borsellino. Si evince che verrà portata nell’ufficio del questore La Barbera. All’interno c’è un crest in legno dei carabinieri, ma non l’agenda rossa. Il poliziotto che materialmente porta la borsa a La Barbera si chiama Maggi. Afferma di averla prelevata e poi essere andato via dal luogo della strage.

Nel 1998, invece, Ayala cambia versione e racconta che un ufficiale dei carabinieri, accanto all’auto di Borsellino, preleva la borsa di Paolo e fa per consegnargliela. Ma essendo lui un deputato e non più magistrato in servizio, la fa consegnare ad altri e poi si allontana.

Nel 2005 si apre l’inchiesta e Ayala fornisce una nuova versione. Non è più sicuro che sia un ufficiale dei carabinieri l’uomo che stava per consegnargli la borsa, ma che sia stata proprio lui, Ayala, a consegnarla ad un ufficiale dell’Arma. Arcangioli viene sentito e ricorda di aver prelevato la borsa, di averne controllato il contenuto rinvenendo un crest in legno di carabinieri. «Questo – afferma Garavaglia – conferma che Arcangioli ha guardato dentro la borsa, altrimenti non avrebbe potuto sapere del crest». Di più: Arcangioli sostiene di aver aperto la borsa di fronte ad Ayala, ma di non ricordare se lui o qualcun altro l’abbia poi rimessa dentro l’auto di Borsellino. Certo, risulta difficilmente credibile che si sia potuto pensare di rimettere una borsa così importante dentro un’auto che aveva ancora fiamme.

Ayala, invece, fornisce versioni diverse su chi abbia preso materialmente la borsa. Nel corso di una trasmissione – ricorda ancora Garavaglia – afferma di essere stato lui stesso a prenderla.

La presenza del colonnello

Ma è il giornalista Felice Cavallaro, amico di Ayala, a rivelare qualcosa di molto interessante: giunto sul posto quasi subito, ricorda la scena dell’asportazione della borsa. Narra della presenza di un uomo in abiti civili che prova a consegnarla ad Ayala, con conseguente rifuto del parlamentare che indica un ufficiale dell’Arma, presente lì vicino, come persona alla quale darla. Cavallaro si dice sicuro, poiché l’ufficiale aveva un segno distintivo: la torre con due stellette. Grado appartenente ad un tenente colonnello o colonnello. Fra le altre testimonianze, c’è anche quella del capo scorta di Ayala, Rosario Farinella, il quale afferma di aver preso lui la borsa e di aver poi atteso, ricevendo l’indicazione di Ayala di consegnarla alla persona indicata. E poi c’è Maggi, l’uomo che fisicamente ha portato la borsa al questore La Barbera.

L’analisi di Garavaglia

L’esponente del Movimento delle Agende rosse rimarca come, per molto tempo, ci si è soffermati sulle differenze fra le versioni e non sui punti in comune, cosa che, invece, lui ha fatto. «In tutti i racconti di Ayala – spiega Garavaglia – c’è la presenza di un ufficiale dei carabinieri. Versione confermata da Felice Cavallaro che ricorda il dettaglio della torre e delle stellette». Garavaglia risale all’identità: quell’uomo in divisa è Emilio Borghini, all’epoca comandante del nucleo di Palermo. Dall’analisi degli orari d’arrivo dei diversi protagonisti si può desumere come Borghini arriva intorno alle 17.28 in via D’Amelio. «È al telefono, questa – afferma Garavaglia – sarà una costante per tutte le riprese». Neanche a tre minuti dall’arrivo di Borghini, la telecamera riprendere Arcangioli con la borsa in mano, più o meno dove è parcheggiata l’auto di Borghini. Pochi minuti dopo, si notano alcune persone, fra cui Ayala e Borghini, nonché una persona che indossa una maglietta verde. «Ci chiediamo – afferma Garavaglia – se questa non sia la scena della seconda asportazione della borsa». L’uomo con la maglia verde e Nicola Mazzamuto che «non è stato mai sentito dagli investigatori ed è un peccato – rimarca Garavaglia – perché è sempre lì vicino. Lui con l’asportazione non c’entra, ma è possibile che abbia visto qualcosa».

Calciopoli e Mario Mori

Garavglia fa un salto dalla cronaca nera a quella sportiva, ma le stesse s’incrociano. «Nel 2006 scoppia Calciopoli – spiega – e l’uomo incaricato di effettuare le intercettazioni è Arcangioli. Nicola Penta, perito informatico che aiuta Moggi a difendere la Juventus, studia le carte e scrive che Arcangioli è uomo di fiducia di Mario Mori, all’epoca al Sisde di Roma». Aggiungiamo che Mario Mori è stato condannato in primo grado nel processo per la trattativa Stato-mafia. Secondi alcuni, proprio quella trattativa sarebbe l’argomento alla base dell’attentato di via D’Amelio.

Le domande di Garavaglia

L’esponente del Movimento Agende Rosse si pone alcuni interrogativi: «Qual è il ruolo di Borghini all’interno di questa storia? Dove stava portando la borsa Arcangioli? L’ha svuotata del suo contenuto nell’auto di quell’ufficiale? Quante volte è stata asportata, due o tre? Perché non sono stati sentiti testimoni importanti come Mazzamuto? Perché i video girati non sono stati mostrati ai testimoni al processo per rinfrescare la loro memoria?». Garavaglia fa domande, ma pretende risposte.

Il ricordo di Salvatore Borsellino

A parlare, nel medesimo video, è Salvatore Borsellino, fratello di Paolo. «C’era qualcuno che sapeva cosa sarebbe successo, occorreva prendere la borsa dalla macchina e portarla via. Uccidere Paolo senza fare sparire quell’agenda non sarebbe servito a niente. Paolo, da 57 giorni, dopo l’omicidio Falcone, annotava non solo appunti sugli assassini veri di suo fratello, ma anche sugli ispiratori e quella scellerata trattativa fra Stato e mafia, avviata da pezzi deviati dello Stato per fare fermare le stragi. Paolo, ne sono convinto, era venuto a conoscenza di ciò nello studio di Nicola Mancino nel primo di luglio, gli era stato detto di fermare le sue indagini perché lo Stato stava trattando con la mafia e lui, alla notizia di ciò, alla notizia che si trattava con gli assassini di suo fratello, deve avere agito in maniera così forte, minacciando di denunciare quella trattativa, che a questo punto era segnata la sua condanna a morte. Paolo doveva sparire prima ancora che provvedesse la mafia. Ed anche la sua agenda rossa».

Giornalista
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