Coronavirus, la task force regionale ci crede: «La Calabria può farcela se fa presto»

Parla Franco Romeo, direttore dell’Unità di Cardiologia di Tor Vergata e componente del team di esperti chiamati dalla Regione: «In proporzione abbiamo gli stessi posti letto della Lombardia»

di Monica La Torre
21 marzo 2020
19:46
Un operatore sanitario. Nel riquadro, Franco Romeo
Un operatore sanitario. Nel riquadro, Franco Romeo

«Aver minimizzato il problema non ha solo favorito la diffusione del virus, malattia terribile che uccide in 12 ore: grave, è stata la superficialità che ne è derivata. L'approccio da pulizia etnica, della cultura dello scarto». Franco Romeo, direttore Uoc Cardiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma e calabrese d’origine, è tra i nomi “pesanti” della task force sanitaria messa in piedi dalla Santelli per fronteggiare l’epidemia in Calabria.

 

In attesa della riunione

La prima riunione ancora non c'è stata («Auspico che ci si veda al più presto, la mia esperienza è a disposizione», dichiara il luminare): ma Romeo, intervistato a pochi giorni dalla nomina, traccia comunque un quadro moderatamente ottimista. Promuove la Calabria, bacchetta i colleghi del Nord, e mette all’indice la cultura “eugenetica”, da selezione della razza, che ha avvertito in più d’un consesso autorevole. Sanitario e non.


Frasi inaccettabili

«Ho sentito frasi inaccettabili in bocca a professionisti ed esperti - ammette-: affermazioni del tipo “Il virus aggredisce chi è già malato”, oppure “Muoiono solo quelli dai 70 in su”: e questo, all’inizio: che ora già si ammette “dai 60 in su”… La semplificazione peggiore: qui, sia chiaro, non si scarta nessuno. E sono certo che al Sud il sistema terrà, se sfrutteremo il vantaggio temporale, se faremo tesoro di esperienze ed errori altrui, e se ricorderemo che la nostra cultura è basata sul rispetto dell’anziano». 


La Calabria ce la farà

Con il cuore e con la professionalità rimedieremo ai gap strutturali. E poi, in proporzione, abbiamo gli stessi posti letto della Lombardia. «Ecco perché se sento previsioni catastrofiche sul Mezzogiorno mi arrabbio - prosegue Romeo-. Vanno evitate. Organizziamoci ed incontriamoci il prima possibile, e ce la faremo. Al Nord si sono mossi in un clima di minimizzazione, con una reazione iniziale alla “che volete che sia”: questo approccio non è più contemplato. Ricordiamoci che se facciamo i conti con questa emergenza, è perché ci siamo mossi in ritardo».

 

Nord e Sud

«Sto cercando di prevedere il picco per le regioni del Mezzogiorno, che avverrà nelle prossime settimane. Sarà meno travolgente di quello del Nord, ma ci sarà. E dovremo farvi fronte, preparandoci meglio in termini di tenuta psicologica. Ho parlato con colleghi di Bergamo, medici che hanno visto morire 40 pazienti in una notte. Capisco che in simili frangenti la lucidità viene meno, e si è tentati di far ragionamenti di “selezione” del paziente. Ma non fa onore alla categoria. Qui non si lascia indietro nessuno. La cultura del rispetto e dell’anziano in Calabria costituisce un fattore importante».

 

La politica non esiste più

Quanto al ruolo dei governi, questo passa dalla consapevolezza. «L'esplosione di una malattia di questo tipo comporta l'azzeramento di ogni ragionamento politico. Qualcuno ancora minimizza, ma ripeto, niente di più sbagliato. Dobbiamo interrompere le attività sociali. Siamo tutti a rischio: ed il pericolo maggiore viene dai pazienti asintomatici. Pertanto, ho invitato politici e medici a stare tranquilli, a non fare previsioni catastrofiche, ma ad essere consapevoli senza lamentarsi».

 

Imperativo: organizzazione

L’organizzazione e la prevenzione sono le uniche vie di salvezza. «Nel momento in cui si è travolti da un’emergenza alla quale non si è preparati, tutto quello che può succedere succederà». E quindi, quando il picco arriverà dovremo farci trovare preparati ad affrontarlo. Come se si fosse in prima linea. Perché «Questa è una prima linea a tutti gli effetti. E si affronta formalmente con una ricognizione attentissima dei mezzi a disposizione, ognuno pronto alla sua postazione, e provando e riprovando tutti i percorsi. Guai ad essere convinti che tutto sia perfetto, tutto sia verificato. Non è mai così. C’è sempre qualcosa che sfugge».


Isolare i percorsi sanitari

Un esempio concreto: «Differenziare è fondamentale: prevedere due percorsi sanitari distinti, per pazienti positivi e pazienti non positivi. Isolare gli uni dagli altri. Abbiamo approntato a Roma i percorsi differenziati per i colpiti da ictus e infarto. Abbiamo provato e riprovato le procedure, ed ogni giorno emergono criticità sino ad un minuto prima imprevedibili: dalla loro risoluzione passa la sicurezza tanto del paziente quanto del personale sanitario».


La sicurezza dei medici

L’imperativo, mettere al sicuro le risorse sanitarie. «La gestione dell'emergenza era complessa già di suo, figuriamoci adesso. Ma la sicurezza dei medici è la cosa più importante. Sia ben chiaro: 6 medici morti nel giro di pochi giorni non sono una cifra accettabile. I medici non possono fare gli eroi, non possiamo perdere queste risorse in un momento simile. Io ho chiesto sin dall’inizio che i medici fossero protetti»(in foto: ospedale di Bergamo).

 

Mancano i dispositivi

Un’altra criticità è la mancanza di dispositivi medici e di protezione. «Il paziente muore per insufficienza respiratoria. Per fame d’aria. E servono ventilatori. In Italia non abbiamo una linea di produzione. E le aziende devono iniziare ad organizzarsi. È notizia recente che Fiat Chrysler e Ferrari stanno andando in supporto alla Siare per la costruzione dei ventilatori polmonari. Ma altre iniziative del genere dovranno moltiplicarsi».

 

Giornalista
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