'Ndrangheta, Saffioti: «Il pizzo è una tassa che alla fine pagano i calabresi»

VIDEO | Grazie alla sua testimonianza furono decapitati i clan di Gioia Tauro. A 17 anni di distanza l’imprenditore confronta la realtà di oggi con quella di allora: «Molti hanno denunciato, adesso non ci sono alibi per chi non lo fa»

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di Redazione
26 gennaio 2019
18:05
Gaetano Saffioti
Gaetano Saffioti

«Non mi ritengo un simbolo, ma cerco di spiegare agli altri imprenditori che bisogna avere la forza di non pagare il pizzo. Semplicemente ho dimostrato che una vita normale si può fare». Chissà se Giuseppe Trimboli lo chef di Martone, nella locride, conosce Gaetano Saffioti, se la sua esperienza possa averlo in qualche modo influenzato, avergli dato forza e fiducia. La chiacchierata con l’imprenditore di Palmi parte proprio dalla denuncia di Trimboli, da quelle minacce rivolte alla sua famiglia per costringerlo a pagare il pizzo.

 

«Fare parte di un’associazione come il Goel (a cui Trimboli aderisce ndr) – dichiara Saffioti – rappresenta una delle tante forme di tutela che ci sono in questo momento per gli imprenditori che vogliono denunciare, di una rete che ti aiuta e che dimostra che si può fare. Fa capire, quindi, che uniti si ha meno paura». A 17 anni dalla decisione di collaborare con la Procura antimafia di Reggio Calabria, una denuncia che ha permesso di decapitare diversi clan della piana di Gioia Tauro, Saffioti compara la Calabria di allora con quella di oggi, un parallelo grazie al quale si può capire come sia cambiata la percezione della criminalità organizzata dall’inizio degli anni duemila ai nostri giorni.

 

«All’epoca era un terreno inesplorato – ha spiegato Saffioti - 17 anni fa neanche si sussurrava la parola 'ndrangheta. Anche i giornalisti si occupavano della criminalità organizzata solo per fare la cronaca di arresti e processi. Adesso si sa e si può dire tutto. Ci sono tante persone che, come me, hanno fatto una scelta importante nella loro vita e quindi, direi che non ci sono più alibi per nessuno».

 

Già non ci sono alibi, ma l’omertà e la paura continuano a tenere prigionieri interi pezzi di territorio calabrese. Le intimidazione e i danneggiamenti non denunciati nelle ultime settimane nelle province di Vibo e Crotone – documentati dal nostro network - dimostrano che la strada da percorrere è ancora in salita. «Ci sono pochissime denunce in alcune parti del territorio – ha argomentato l’imprenditore - perché c’è un senso di sfiducia nei confronti dello Stato. Molti imprenditori non denunciano perché non gli conviene dal punto di vista economico. Preferiscono meglio pagare come fosse una tassa in più, perché alla fine i soldi non li tolgono di tasca loro, ma sono i cittadini a pagare quel pizzo. È questo che i nostri conterranei dovrebbero capire».

 

L’imprenditore palmese non si sente un simbolo, lo ripete più volte durante l’intervista, ma solo un testimone che vuole fare capire che non ci sono strade alternative per ripulire la Calabria dalla ‘ndrangheta se non quella del coraggio e della libertà. La sua storia è stata descritta da media italiani e stranieri, la sua vita è stata raccontata in un bel libro scritto insieme al giornalista Giuseppe Baldessarro. A 17 anni dalla sua testimonianza contro le cosche della piana di Gioia Tauro non vuole mandare un messaggio di speranza, ma le sue parole bensì vogliono essere uno sprone per guardare al futuro della nostra regione con altri occhi. «Mi piace rivolgermi ai giovani – ha concluso Saffioti – e dirgli di non cercare aiuti e favori, di cercare scorciatoie, ma di impegnarsi e studiare, di lottare per cercare di essere sempre uomini liberi».

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