Trattativa Stato-mafia, concessi domiciliari al boss Santo Rocco Filippone

La Corte d'appello di Reggio Calabria ha accolto la richiesta dei legali dell'imputato nel processo 'Ndrangheta stragista. Per i magistrati della Dda è il mandante degli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo e di altri esponenti dell'Arma

20
di Francesco Altomonte
10 aprile 2020
15:12
I boss Filippone e Graviano
I boss Filippone e Graviano

La Corte d'appello ha concesso gli arresti domiciliari al boss di 'ndrangheta Rocco Santo Filippone imputato, insieme al mammasantissima del quartiere Brancaccio di Palermo Giuseppe Graviano, nel processo "'Ndrangheta stragista". Una decisione, si legge nel provvedimento, dovuta alle condizioni di salute dell'anziano. Stato di salute, come hanno fatto presente i sui legali, che lo metterebbe a rischio in caso di contagio da Covid-19, così come attestato dal sanitario del carcere di Torino dove Filippone era ristretto.

 

LEGGI ANCHE:
Il boss Graviano tenta di capire chi lo ha fatto arrestare

Il boss Graviano: «Berlusconi mandante? Ora non ricordo»

La genesi della trattativa Stato-Mafia

 

I giudici reggini hanno accolto la richiesta avanzata dagli avvocati Guido Contestabile e Angelo Sorace, che assistono Filippone nel processo che si sta celebrando davanti alla Corte d'assise di Reggio Calabria. I giudici di appello hanno deciso che all'imputato possano essere concessi gli arresti domiciliari in una località del Piemonte, fino a quando l'emergenza coronavirus non sarà terminata. A quel punto, Filippone dovrebbe essere ricoverato in una clinica specializzata. 

 

Il “monaco”, come viene chiamato Rocco Santo Filippone, non è mai stato condannato per mafia in 72 anni di vita, ma si ritrova adesso al centro del processo definito “’Ndrangheta stragista”, e attore principale nell’inchiesta coordinata dai sostituto procuratore della Dda reggina Giuseppe Lombardo e della Dna Francesco Curcio. Per i magistrati, che definiscono Filippone un mammasantissima della 'ndrangheta, è il mandante dell’omicidio dei carabinieri Fava e Garofalo e degli altri attacchi agli esponenti dell’Arma, eseguiti da suo nipote Giuseppe Calabrò. Suoi, secondo il racconto del collaboratore Consolato Villani, i due AK 47 usati per sparare contro i carabinieri.

guarda i nostri live stream
Guarda lo streaming live del nostro canale all newsGuarda lo streaming di LaC TvAscola LaC Radio