Variante Delta, il primario di Cosenza: «Nessun virus muta in eterno, doppia dose vaccino fondamentale»

Il direttore del reparto di Virologia dell'ospedale Annunziata Francesca Greco: «Anche il Covid rallenterà la sua corsa. Dati incoraggianti ma non dobbiamo abbassare la guardia»

di Alessia Principe
16 giugno 2021
14:22

La variante indiana, o variante Delta, sta facendo tremare quel Regno Unito che fino a qualche settimana fa festeggiava la ritrovata libertà. Dalle prime analisi condotte in Inghilterra emerge che la Delta è circa il 60% più contagiosa della variante inglese (nominata alpha), che rispetto al ceppo originale di SarsCov2 risultava il 50% più contagiosa. Insomma è più veloce, questo è certo, ma è più letale?

«Prima di preoccuparci analizziamo i dati»

«Questo ancora non lo sappiamo – spiega Francesca Greco, direttore f.f. del reparto di Microbiologia e Virologia dell’ospedale di Cosenza, la variante Delta è più trasmissibile e ciò determina infezioni con cariche più alte, il virus attualmente sta circolando in UK nella giovane età compresa tra i 10 e i 29 anni, anche perché ancora non ha completato il ciclo vaccinale determinando un aumento dei ricoveri. Su un totale di 33.206 casi di variante indiana in Inghilterra: il 58,9% sono persone non vaccinate, 5,3% persone vaccinate con doppia dose e 22,7% con una sola. In totale, delle 383 persone ricoverate per la variante Delta, solo 42 avevano ricevuto due dosi di vaccino (10.9%), 86 una e 251 nessuna. Dei 42 morti causa variante indiana, 23 non erano stati vaccinati, 7 immunizzati con una dose e 12 con due. Ci sono tanti dati da incrociare prima di poter avere un quadro completo: età dei pazienti, compromissione del sistema immunitario, comorbilità, ciclo completo o parziale vaccinale effettuato».


In Inghilterra, ad oggi risultano vaccinate 71,7 milioni di persone, meno della metà, 30 milioni, con doppia dose.

In Uk si pensa a un nuovo lockdown, in Italia credevamo di essere quasi fuori dal tunnel, la variante Delta rischia di portarci pericolosamente indietro?

«Precisiamo subito una cosa: il Regno Unito ha preferito accelerare sulle prime dosi rispetto ai richiami e comunque, questa è stata una strategia vincente. Però dobbiamo fare i conti con SarsCov-2 che, come tutti i virus ad Rna, muta perché tale capacità ne consente la sua sopravvivenza».

Insomma un ciclo vaccinale completo ci mette al riparo?

«Tutti gli studi hanno mostrato un’elevata efficacia dopo due dosi di vaccino sia verso il ceppo Wuhan che per il D614G, che è circolato in Europa durante la prima ondata nell’aprile 2020, ma la risposta anticorpale risultava più bassa nei soggetti che avevano ricevuto una sola dose. Dopo la singola dose di Pfizer-BioNTech il 79% dei soggetti vaccinati aveva una risposta neutralizzante sostenuta nei confronti del Wild type, ma solo il 50% verso la variante Alpha, il 32% per Delta ed il 25% per Beta, e la risposta immunitaria potrebbe essere ridotta nelle persone anziane».

AstraZeneca ha una copertura minore?

«I sieri più efficaci nel prevenire la malattia grave sono risultati quelli Pfizer-BioNTech e Moderna, rispetto a quelli che utilizzano l’adenovirus come vettore virale quali AstraZeneca e J&J, ad eccezione di Sputinik».

Perché?

«Perché Sputinik utilizza due adenovirus differenti tra la prima e la seconda dose e ciò stimola una risposta anticorpale maggiore».

E di sicuro qualche effetto collaterale in più… Tornando in Italia, si parla di primi contagi di variante Delta a Milano, la campagna vaccinale è ancora in corso, dopo il caos con AstraZeneca pare un po’ rallentata, ci dobbiamo preoccupare?

«Dobbiamo comunque non allentare le misure di mitigazione, fondamentali sempre sono i comportamenti ed il prosieguo della campagna vaccinale. Dall’ultima Survey condotta dall’Istituto di Sanità sulla diffusione delle varianti VOC in Italia a cui partecipiamo anche noi, inseriti in una rete di laboratori italiani, la prevalenza della variante Delta si attestava all’1%, circolante nelle regioni Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sardegna e Veneto. Certo, non possiamo credere che non arrivi anche da noi…».

A Cosenza c’è una tecnologia che permette di individuare le varianti? Fino a qualche mese fa non era possibile.

«Nel nostro laboratorio utilizziamo un saggio diagnostico molecolare che rileva, sui tamponi positivi, le mutazioni assimilabili alle varianti Alfa, Beta e Gamma (Inglese, Sudafricana e Brasiliana), si tratta di un pre-screening. Inoltre i campioni in cui non viene rilevata alcuna mutazione o per conferma diagnostica sono inviati, per essere sequenziati ,al laboratorio di Virologia dell’ospedale Pugliese Ciaccio o al Laboratorio di Genomica e Patologia Molecolare dell’Università di Germaneto ma a breve anche noi avremo tale piattaforma diagnostica».

Cosa dicono i dati in provincia di Cosenza sulle varianti?

«Nel periodo compreso tra il 10 e il 30 maggio nella popolazione di Cosenza e provincia abbiamo rilevato la circolazione dell’ 83,7% per la variante Alfa, l'83,7% per la Beta, il 14,1% per Gamma, il 2,2% non mostrava mutazioni».

Il virus continua a mutare, ma c’è speranza che a un certo punto si fermi?

«I virus non mutano all’infinito poi si adattano, soprattutto se la circolazione diventerà sempre più confinata grazie ai vaccini».

Insomma dobbiamo tenere duro e un giorno scriveremo: così finì anche la pandemia del 2020.

«Tutte le pandemie si sono esaurite, lasciando, anche, segni indelebili a chi le ha vissute. Per SarsCov-2 la chiave di volta è stata la scoperta dei vaccini in tempi rapidissimi, senza dimenticare il contributo fondamentale della diagnostica virologica».

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Giornalista
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