Veleni alla Marlane, la Cgil: «Sarebbe bastato già il primo processo»

Due giorni fa le perizie depositate al tribunale di Paola hanno rivelato la presenza di sostanze cancerogene nell'area della ex fabbrica tessile di Praia a Mare

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di Francesca  Lagatta
30 marzo 2019
17:06

«Sarebbe dovuto bastare, per la mole di prove emerse negli anni, già il primo processo per restituire verità e giustizia processuale alle morti ed ai familiari delle vittime dell’ex Marlane, ma così non è stato». La segreteria della Cgil Pollino Sibaritide Tirreno non le manda a dire e in una nota commenta senza giri di parole i risultati delle perizie depositate due giorni fa al tribunale di Paola, valevoli per il secondo processo sulla vicenda Marlane, lo stabilimento tessile di Praia a Mare, chiuso i primi anni 2000, altrimenti noto come "fabbrica dei veleni".


Negli atti a disposizione del Gip si parla chiaramente di tracce di sostanze cancerogene nei terreni circostanti. Una notizia che ai più è apparsa un'ulteriore conferma delle dichiarazioni di tanti ex operai, le cui denunce hanno portato all'apertura di un primo processo nel 2007 e che ha visto l'assoluzione di tutti e dodici gli indagati, sia in primo grado che in appello. Ma i famigliari delle vittime, morte o ammalatesi di tumore, non si danno per vinti e cercano ancora una correlazione tra le patologie e le condizioni lavorative a cui erano costrette. La sta cercando anche la magistratura, che ha recentemente riaperto le indagini dando vita a un nuovo processo in cui si stano vagliando la posizione ed eventuali responsabilità di sette ex dirigenti.

«Si superino omissioni e dimenticanze»

«Auspichiamo, oggi, che il secondo processo che si andrà ad incardinare grazie all’inchiesta della procura di Paola, si predisponga ancorato alla ferma volontà di superare i limiti processuali precedenti e quindi tempi dilatori, omissioni, incoerenze, dimenticanze, prescrizioni - si legge ancora nella nota -. Per la Cgil Territoriale, che continuerà a seguire con vigilanza gli sviluppi processuali, non c’è riscatto per la memoria lavorativa e sociale del territorio, che nel tempo ha guardato a quella prospettiva industriale tradita dalla chiusura della fabbrica e dai tanti lutti che ne hanno accompagnato il corso degli eventi, se non se ne ricompone la storia attorno al bisogno di verità e giustizia per le decine di morti a cui è dovuta verità processuale oltre che risarcitoria». 

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