Vibo, resta in carcere il 43enne che tentò di uccidere il cognato

La vicenda risale alla scorsa estate. La Suprema Corte ha respinto il ricorso dopo la conferma dell’arresto da parte del gip e poi del Tribunale del Riesame

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di G. B.
28 febbraio 2021
12:15

Resta in carcere Piero Castagna, 43 anni, di Vibo Valentia, arrestato ad agosto dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia con l’accusa di tentato omicidio ai danni del cognato Francesco Purita. La prima sezione penale della Cassazione ha infatti respinto il suo ricorso confermando la decisione del Tribunale di Catanzaro del 25 agosto scorso. All'origine della vicenda, dissidi per terreni.

La Suprema Corte, depositando le motivazioni, ha confermato i gravi indizi di colpevolezza per il tentato omicidio, desunti principalmente dalle dichiarazioni della persona offesa, che ha descritto le varie fasi dell’aggressione perpetrata ai suoi danni dal Castagna, il quale l’aveva avvisato per telefono che si sarebbe recato «ad incontrarlo in campagna, dove il primo si trovava, e qui l’aveva minacciato che dopo avrebbero fatto i conti; quindi si era allontanato ed era ritornato in compagnia del fratello, aveva nuovamente apostrofato Purita che l’avrebbe sparato, dopodiché aveva estratto una pistola e l’aveva ripetutamente colpito, attingendolo all’orecchio destro, all’avambraccio sinistro, alla coscia bilateralmente in sede posteriore, e infine – quando già Purita giaceva al suolo – con un colpo all’inguine destro.


La scena era avvenuta alla presenza di altre persone, per lo più parenti del Castagna, ma anche estranei, che avevano reso informazioni in merito; inoltre, è stato acquisito il certificato medico ricognitivo delle lesioni sul corpo della vittima, dal quale il collegio ha ricavato l’idoneità degli atti a cagionare la morte del Punta. È stata altresì riconosciuta la ricorrenza dell’aggravante della premeditazione, in quanto l’azione era stata preceduta da una telefonata e si era svolta in due tempi, intervallati dall’allontanamento del Castagna, verosimilmente per dotarsi dell’arma, così concedendo all’aggressore un sufficiente tempo di meditazione in ordine al proposito delittuoso, mantenuto fermo e messo in atto».
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