A tu per tu con i terroristi in carcere: in un libro i ricordi del cappellano di Palmi

VIDEO | Don Silvio Mesiti ha dato alle stampe Il tunnel della speranza, antologia del suo dialogo con i capi delle Br: Negri, Curcio, Franceschini

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di Agostino Pantano
27 maggio 2021
22:04

Prospero Gallinari, Corrado Alunni, Alberto Frasceschini, toni Negri: nomi che ai più giovani non dicono nulla, comunque biografie di terroristi conosciute tra le sbarre dell’allora super carcere di Palmi. Don Silvio Mesiti, oggi come allora cappellano dell’istituto penitenziario, ne parla in un nuovo libro – si intitola “Il tunnel della Speranza”, Laruffa editore – dato alle stampe senza difendere o accusare. «Si tratta di persone che hanno creduto in una ideologia di morte – premette il sacerdote – con le quali, però, in un luogo che serve anche per dimostrare di essere pronti a rientrare nella società, dopo l’espiazione, ho avuto confronti dialettici pure sulla filosofia e l’antropologia: sono stati infatti i docenti universitari che sono passati da Palmi».


Riflessi delle loro storie, ma soprattutto dialogo intorno ad una pastorale che don Mesiti descrive anche attraverso degli episodi scolpiti nella sua memoria. «Come quella volta che misi dei crocefissi nelle celle, trovaldoli rotti il giorno dopo. Mi arrabbiai molto, ma mi fu detto che all’epoca i detenuti temevano che di essere intercettati tramite microspie nascoste, e fu uno di loro che mi tranquillizzò distinguendo il Dio che si trovava nei pezzi di legno, dal Dio che per lui era un credo da rispettare». Aneddoti e ricordi, inframezzati dalla cronaca di quegli anni.

«Per la stampa – prosegue – il carcere di Palmi era come il santuario di San Francesco, perché tanti sono stati i matrimoni religiosi che io ho officiato, addirittura venendo invitato in occasione delle nozze con il rito civile, tanto forte fu il legame personale che si era stabilito».

Il libro, che conta sulle prefazioni del vescovo Francesco Milito, ma anche al magistrato Antonio Salvati e all’avvocato Armando Veneto, è pure una occasione per rileggere gli anni di piombo, ricordando gli anni d’oro di una struttura che oggi non ha un regime di massima sicurezza e che comunque, attraverso i suoi ospiti, racconta ugualmente geografie umane e criminali che mutano: «Mi ha colpito la testimonianza di un extracomunitario che ha detto di preferire rimanere in carcere, dove può mangiare, lavorare e mandare soldi casa».
Per volontà dell’autore i proventi delle vendite serviranno a gestire una struttura che dia ospitalità ai famigliari dei detenuti che vengono da lontano.

Giornalista
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