Un libro tra fotografia e letteratura attraversa la Locride e la Bovesìa per raccontare una terra che rischia di perdere la propria identità. Al centro, un invito alla cura, all'impegno e alla lotta
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Stanno chiudendo il nostro mondo. Parte da questo grido d'allarme lo splendido viaggio attraverso Aspromonte e terre locridee di Gioacchino Criaco, lo scrittore di Africo e autore del celebratissimo Anime nere, e di Antonello Scotti, artista visivo di Napoli. Si tratta di un viaggio, quello intitolato Barcalabria (Soveria Mannelli, Rubbettino, 2026, 93 pp.), che ha un iter concettuale molto articolato che vale la pena di raccontare sinteticamente. Scotti, dopo aver iniziato a fotografare la Locride-Bovesìa nel 2021, realizza nel 2022 una mostra e un quaderno d'artista, entrambi intitolati in grecanico I kammara tu kerù ti pai leggia leggia, ovvero “La stanza del tempo che va lento lento”. Barcalabria è il neologismo scelto nel 2024 come titolo di un secondo quaderno, legato nel disegno al primo, nel quale i testi di Criaco accompagnano le immagini, alcune volte incontrandole, altre urtandole, secondo un allestimento curato in ogni sua parte dall'artista napoletano.
Il viaggio degli autori parte, dunque, da Locri Epizephiri, colonia fondata dai Greci nel VII secolo a.C., attraversa tutta l'area grecanica ellenofona della Bovesìa e invita, sin dalla prima pagina e dalla prima fotografia, a lottare, a non lasciarci trascinare «dalla corrente narcotica che sta facendo morire la nostra terra». È una corrente che travolge tutti, ma che non va assecondata ulteriormente se non si vuole soccombere a un processo di impoverimento progressivo e inesorabile che la Calabria ionica mostra plasticamente.
Alla promessa di una scalata sociale si è sostituita una rovinosa caduta che è tanto calabrese quanto italiana, ma che, di fatto, riguarda tutto il Mediterraneo. Per evitare che la «desertificazione del Sud» sia totale diventa necessaria, secondo Criaco e Scotti, una visione, ovvero un progetto che rinunci definitivamente al folklore, alle futili rivendicazioni, alle melanzane fritte, al capretto, alle visite del compare e che, invece, sia votato all'amore per ciò che ci circonda e che non significa altro che cura, coraggio e responsabilità. Se tra le pagine di un libro individuo le parole “amore” e “progetto”, allora posso anche fare a meno di verificare la presenza di una terza parola che troverò sicuramente e che è “impegno”. Anche se Criaco non la pronuncia mai in Barcalabria, è facile sentirne il peso tra le pagine di un'opera che invita a non chiudere gli occhi di fronte a ciò che stiamo perdendo.
A non distogliere lo sguardo aiutano le fotografie di Scotti, stampate su pregevole carta patinata ad alto spessore da Rubbettino, non nuovo a iniziative editoriali di questa portata. Sono foto in bianco e nero, come se fossero state prelevate direttamente dal nostro inconscio e, grazie al filtro dell'immaginazione, trasposte sulla pagina e tenute insieme dai testi di Criaco. Sono tutti scatti di qualità eccelsa, ma ce ne sono un paio, davvero stupendi, sviluppati su due pagine, che mostrano con poesia e precisione esemplare il modo in cui il profilo di un binario ferroviario, in cima a una massicciata, segue la linea dell'orizzonte che separa il mare da un cielo totalmente sgombro da nuvole.
Sono immagini che, alla stregua di insegne, indicano una direzione e ribadiscono l'esigenza della lotta, parola invece ben presente in Barcalabria, quella più dura, quella che non prevede la resa. La necessità politica della lotta è segnata anche da un'insegna luminosa con su scritto Barcalabria che Scotti, la scorsa estate, ha installato all'ingresso della casa che fu di Criaco, in località Campusa ad Africo vecchio, dove mai era arrivata l'energia elettrica. L'installazione anticipa e sintetizza il motivo prevalente del libro: è con l'impegno che si traccia una linea invalicabile, netta, la sola che consenta di rapportarsi a un sogno ormai vuoto, «un giardino da cui i diavoli ogni anno depredano le piante migliori». Allo stesso modo, le fiumare si seccano già a febbraio, il calore tritura l'argilla e la lingua è come arsa dallo scirocco, dal sole di un deserto mortale, quasi privo di tenerezza, forse senza speranza.
Per alimentare la speranza sarebbe necessario un nuovo meridionalismo, ossia una ragione meridiana che sia in grado di legare il Sud alla modernità, mediante l'amore di un mondo per il proprio mondo, vale a dire un amore che costringa la modernità a un passo più umano, che enfatizzi i limiti dell'uomo, le sue imperfezioni, e dunque il suo margine di libertà, più che enfatizzarne o idealizzarne le capacità. D'altronde, il Sud è morto proprio perché ha smesso di amare la parte più intima di sé stesso, confinandosi nella nostalgia, nel piagnisteo, nel rancore, nella subalternità. È guardando attraverso esso, traguardandolo spiegano gli autori di Barcalabria, che è ancora possibile attingere agli strati più profondi della nostra esistenza interiore, rendendoci disponibili a una dimensione inedita, eppure indispensabile, se si vuole ritrovare la direzione.
È questo l'auspicio che Criaco e Scotti rivolgono a sé stessi e ai figli della Calabria (e “bar”, in aramaico, vuol dire proprio “figlio”): riuscire finalmente a far fronte a una «prospettiva che è sbagliata». Che poi altro non è che la prospettiva del bar, del disimpegno, di un'identità anonima, priva di magia, di una vita incapace di spezzare quella linea, la linea della statale ionica o quella del «binario unico che cuce l'Aspromonte al mare» e che pure, proprio passando per quell'universo svuotato, potrebbe attingere alla Calabria come a «una continua e inesauribile fonte di chiarezza». È così che Barcalabria non si limita a mostrare didascalicamente un luogo e a giustapporre a esso un testo verbale; aggiunge invece, con intelligenza e grazia, qualcosa in più riguardo all'identità di chi abita quel luogo, non rinunciando ad alimentare il desiderio di viverlo in maniera diversa, se solo si comprendesse il modo per amarlo un po' di più.

