Femminicidi, quando la violenza non è solo fisica ma parte dalla nostra cultura

Nel rapporto Eures 2019 si registra un aumento di casi di sangue che coinvolgono le donne con un picco mai registrato sino ad ora in un Paese in cui eguaglianza morale e intellettuale tra uomo e donna sembrano ancora essere dei dualismi

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di Sonia Miceli
25 novembre 2019
15:11

Oggi, 25 novembre, ricorre la giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Come ogni anno si ripetono gli eventi commemorativi in memoria di tutte le vittime uccise per mano della cieca violenza maschile. Sono ancora allarmanti le statistiche nazionali sui casi di sangue che coinvolgono le donne: 142 vittime (+0,7%), 119 in famiglia (+6,3%). È quanto si legge nel rapporto Eures 2019 su "Femminicidio e violenza di genere in Italia". Nel rapporto si sottolinea che non si è mai registrata una percentuale così alta di vittime femminili (40,3%). 'Gelosia e possesso' sono ancora il movente principale (32,8%). In aumento anche le denunce per violenza sessuale (+5,4%), stalking (+4,4%) e maltrattamenti in famiglia (+11,7% nel 2018).

Gesti, parole e azioni: quando la violenza non è solo fisica

Maltrattamenti in famiglia, stupri, stalking sono in aumento e la domanda che ci si pone frequentemente è: perché? Perché, nonostante le continue campagne promosse a livello istituzionale e accademico contro la violenza sulle donne, il dato sui femminicidi continua a persistere e a crescere?

Forse, perché la violenza contro le donne non è solo fisica ma parte soprattutto da atteggiamenti che si estrinsecano in gesti, parole e azioni che si incentrano su una pregnante cultura maschilista, tipica del nostro Paese. Partendo da un linguaggio latente e subdolo che si insinua in quel substrato culturale che avalla tutte quelle terminologie spregiative nei confronti della donna. Perché tutto parte dalla natura della donna e ruota attorno alla sessualità di una figura che, storicamente parlando, viene considerata come il “gentil sesso” sotto scacco del dominio maschile, come il bene riservato ad un legittimo padrone. Una cultura imbastita su pratiche che affondano le loro radici nell’antichità, quasi da esser definita oggi un’usanza medioevale (in quanto è il Medioevo il periodo culminante in cui viene esercitato la repressione sulle donne tacciate molto spesso di essere streghe). Attualmente, per quanto ci si sforzi di proclamare l’emancipazione femminile, madre, prostituta o vergine rimangono i ruoli sociali nel quale obbligatoriamente devono incastonarsi le donne.Una sorta di etichetta nella quale devono mostrarsi alla società. Prendiamo l’epiteto insultante con cui si apostrofa più comunemente una donna ovvero “pu...” che significa, in senso etimologico, “puzzolente”, “sporco”, e in secondo luogo la denominazione volgare di “meretrice, prostituta”. Noi donne sappiamo benissimo che potremmo ricevere il suddetto epiteto insultante in qualsiasi contesto e senza bisogno di vendere il nostro corpo e offrire un servizio sessuale in cambio di denaro. Semplicemente in virtù dell’essere donna. Un segnale che denota come nella nostra cultura la donna sia ridotta a mero corpo, oggetto, e non come espressione di individualità, pensiero, volontà e potere decisionale.

La parità dei sessi

Eguaglianza morale e intellettuale fra uomo e donna e parità dei sessi rimangono ancora dei virtuosismi campati in aria, una sorta di dualismi all’interno della nostra cultura. Alla soglia del 2020, in Italia, noi donne dobbiamo ancora sgomitare per conquistarci quell’eguaglianza economica che sia in grado di non sfrattarci dal mondo del lavoro, in quanto potenzialmente future madri e dunque un onere eccessivo a carico dell’azienda in vista della famigerata “maternità”. Una contraddizione se si pensa alla donna come figura che procrea e dà la vita e, al tempo stesso, una risorsa controproducente in termini aziendali.

La questione abbigliamento

Nel XXI secolo dobbiamo anche fare attenzione a come ci abbigliamo una volta uscite da casa perché, se mai dovessimo commettere l’errore di essere troppo svestite, potremmo attirare potenziali stupratori. E in quel caso non ci sarebbe via di scampo: ce lo siamo andate a cercare quello stupro. Dobbiamo essere moderate negli atteggiamenti e parche negli eccessi . “Poteva bere di meno”, “poteva starsene a casa”, “lo avrà stuzzicato” sembrano essere le frasi più comuni dopo uno stupro. Sui maltrattamenti alle donne, invece, sentiamo spesso dire: “doveva reagire prima”, “perché stava ancora con lui, evidentemente non stava così male”. Invettive verbali che hanno il retrogusto amaro di una doppia violenza. Molto spesso, sono le stesse donne, purtroppo, a farsi portabandiera di un linguaggio becero e maschilista e a calarsi nel ruolo di carnefici.

 

La violenza contro le donne si combatte anche e soprattutto attraverso l’uso corretto di parole, gesti e azioni. E’ un esercizio che va sviluppato quotidianamente da tutti, uomini e donne, e trasmesso  alle nuove generazioni. Manifestazioni, convegni e dibattiti sono incisivi solo se supportati da una cultura del rispetto. Fino ad allora dovremmo solo assistere inermi ad una mattanza spietata delle donne.

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