L’intervista

L’omicidio Varani nel libro di Lagioia, a Cosenza per il Premio Sila: «Ho provato a comprendere il male»

VIDEO | Intervista allo scrittore, premio Strega nel 2015, che ha raccontato la faccia oscura di Roma nella crudeltà di un assassinio, senza movente, che ha scosso l’Italia

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di Alessia Principe
26 settembre 2021
08:54

Un delitto senza giallo, di un nero puro e distillato. Un delitto con due colpevoli e nessun movente, se non quello di una ferocia improvvisata e illogica.

Una notte romana di sangue

Siamo nella notte di Roma, marzo 2016, a cavalcioni tra il 4 e il 5 marzo, tra un venerdì e un sabato sorvegliati da un cielo banale, sgombro di nubi. Di vento un respiro appena che non annuncia niente. In zona Collatina non si urla più al decimo piano. Il dolore di Luca Varani si spegne dopo ore di interminabili torture. Cala la morte, come cala un sipario, come cala la misericordia quando è tutto perduto.


L’uomo sbagliato nel posto sbagliato al momento sbagliato, così si dice spesso. Un uomo che era un ragazzo. Ventitré anni, meccanico di La Storta, una fidanzata, Marta Gaia, una madre e un padre che l’avevano adottato e cresciuto. Il destino aveva portato Luca a Roma, la sua Samarcanda, da Sarajevo, in cui era nato, per piantargli un coltello nel petto, poco più di un ventennio dopo.

Lagioia: il male non è diverso da noi

In galera finiscono in due: Manuel Foffo e Marco Prato, quest’ultimo suicida dietro le sbarre. Di sfondo una Capitale cinica nella sua indifferenza genetica, scura e collosa nella ricerca di riflettori impolverati a illuminare il sottobosco che smania di frusciare la sua decadenza. Una vecchia signora con gioielli sbeccati, collane abbondanti con le cerniere rattoppate.

Questa storia, tanto terribile perché non mette nessuno al riparo dalla casualità del male, la racconta Nicola Lagioia, giornalista, scrittore e premio Strega nel 2015 con “La Ferocia”, nella decina finalista del Premio Sila. «I mostri non sono essere umani diversi da noi, magari lo fossero. Non hanno un Dna diverso, un aspetto diverso. Come tutti hanno due occhi, due braccia, due gambe».

Lagioia si è immerso per anni, prima di scrivere, nel nero di quell’abisso nietzchiano che guardi e ti fissa a sua volta.

Perché ha deciso di guardare in quell’occhio scuro?

«Ricordo molto bene il 6 marzo del 2016 quando la notizia ha iniziato a circolare. Le cose che mi colpirono furono diverse: sembrava un delitto rituale quasi, non un omicidio metropolitano, e poi c’era l’assenza di un movente. Credo che mi abbia toccato anche l’elemento di prossimità: l’omicidio è accaduto a due passi da dove io abito, a quindici minuti dal Collatino».

Gli assassini hanno ucciso per il gusto di farlo, così è stato detto.

«Non c’era nessun motivo, nessun vantaggio per i due responsabili, che il ragazzo lo conoscevano appena, come nel caso di Prato, o non conoscevano affatto, come nel caso di Foffo».

Una morte violenta inquadrata in un contesto tutt’altro che violento.

«È un delitto maturato non nel mondo della criminalità, un criminale lo mette in conto che, prima o poi, potrebbe trovarsi in situazioni violente o in galera. Se avessero detto ai responsabili una settimana prima, che sarebbero finiti in prigione per aver commesso un fatto così terribile, non ci avrebbero creduto. Foffo e Prato, si raccontavano come due “spossessati”, trascinati da una forza superiore che gli aveva impedito di opporsi a un’azione totalmente nuova per loro. Questo non ne riduce la colpa ma ne fa dei personaggi negativi in modo molto diverso da come ci saremmo aspettati. È forse un segno dei tempi».

Come si racconta il male?

«Non si giudica, si prova a comprenderlo. In questo delitto manca la struttura di un giallo dove il male è da scoprire, qui si cerca di capire solo il motivo che ha spinto queste persone a fare quello che hanno fatto. La letteratura, rispetto alla saggistica, segue come strategia retorica le domande. Prova a sollevare quelle giuste, è così che si instaura un dialogo tra il testo e il lettore».

C’è anche il rischio di scoprire non il male nascosto negli altri ma quello che è dentro di noi.

«Noi ci troviamo a fare cose mostruose, a volte, ma non siamo mostri, siamo esseri umani. I mostri non sono una specie diversa dalla nostra, ed è questo l’elemento più preoccupante. Se fossero creature differenti, distinguibili, allora le potremmo allontanare, invece non possiamo. Sul piano della realtà, fino a poco prima di commettere l’omicidio, Foffo e Prato erano considerate persone normali, e per certi aspetti lo erano. Il problema è: quel tipo di violenza originaria, quell’istinto di sopraffazione che tutti ci portiamo dentro, come si fa a tenere a bada? come si fa a esorcizzare? come ci si fa i conti? I delitti come questi sono eclatanti, non tanto per un elemento voyeuristico ma per altro. Per me sono come una cartina di tornasole per domande fondamentali che ci riguardano tutti».

 

Giornalista
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