Le “caddàre” e la Rocca del Diavolo, l’Aspromonte tra rocce e leggende

VIDEO | Nell'area grecanica della Calabria, vicino a Roghudi, alcune particolari conformazioni rocciose hanno alimentato nel tempo miti e racconti

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di Saverio Caracciolo
14 marzo 2021
17:54

In Calabria una bella zona da scoprire è sicuramente l'Aspromonte e, in particolare, l’area del versante ionico denominata grecanica. Qui, dopo la colonizzazione dei Greci e ancora oggi, in alcuni paesi si parla la lingua greca che nel tempo ha subito anche contaminazioni dai dialetti autoctoni. E in questo il comune “capofila” della zona è Bova.

Lungo la fiumara dell’Amendolea, un tempo navigabile e che consentiva agli abitanti della zona di risalire fino in Aspromonte, ed esattamente vicino al borgo di Chorio di Roghudi, si mantiene ancora viva una leggenda, così come racconta Mario Giuseppe Petrulli, guida della cooperativa “Naturaliter e trekking”.


Ed è una leggenda legata alla morfologia del territorio. Ci sono infatti delle conformazioni rocciose molto particolari chiamate “caldaie del latte” o, in dialetto locale, “caddàre” in quanto somigliano a dei grandi pentoloni che venivano utilizzati per cucinare e che ancora oggi qualcuno utilizza.

Ebbene, queste “caddàre” sono spesso associate alla Rocca del Drago, un’altra roccia molto particolare, non modellata dall’uomo ma dall’azione erosiva dell’acqua nei vari secoli, che somiglia alla testa di un drago con due grandi occhi. La leggenda narra che questo drago spaventava la popolazione di Chorio di Roghudi e la teneva sempre in ansia; così, per cercare di tenerlo buono e non farlo arrabbiare e in particolare per non provocare frane o smottamenti, la popolazione lo nutriva con il latte prodotto dalle “caddàre”.

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