Amantea

Malagiustizia, il caso dell’ex sindaco Caterini nel libro-inchiesta di Morena Gallo

VIDEO | Nell’ambito di una serata del Rotary Amantea è stato presentato il libro “La chiamano giustizia ma è ciò che il giudice ha mangiato a colazione” 

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di T. B.
10 agosto 2021
08:25

“La chiamano giustizia ma è ciò che il giudice ha mangiato a colazione”. Questo il provocatorio titolo del libro di Morena Gallo presentato ad Amantea in un evento del Rotary E-Club Al Mantiah e del Rotary Club Mendicino Serre Cosentine. Un’inchiesta giornalistica che valica i confini della cronaca locale e incontra le criticità del sistema giudiziario italiano raccontando la vicenda di Giuseppe Caterini, sindaco di Laino Borgo, che dopo molti lustri di vita pubblica e professionale venne indagato per concussione.

Nei fatti, secondo la tesi esposta nelle 146 pagine del volume, al primo cittadino venne contestato di avere impedito la perpetuazione di un reato consumato dai suoi stessi accusatori. Una storia scritta dalla giornalista Morena Gallo con l’intento di non dimenticare quanto accaduto e allo stesso tempo di arginare e combattere quelle falle del sistema giudiziario che possono portare a condanne ingiuste. «Credo ci sia la necessità – ha spiegato l’autrice –, anche attraverso anche queste storie, di restituire il senso della giustizia in un sistema che mostra le sue inefficienze».


Presente tra i relatori Saverio Regasto, presidente ordinario di Diritto Comparato allì’Università di Brescia il quale ha definito “grottesco” il caso Canterini auspicando una riforma della giustizia. Nella pagine del libro con l’ausilio di documenti e interviste vengono tratteggiati moventi e retroscena del caso. Nei sette anni del processo di primo grado il protagonista si è ammalato e prima della decisione definitiva purtroppo è mancato.

Canterini nel 2009 finì in un’indagine della Procura di Castrovillari (Cosenza) e venne poi mandato agli arresti domiciliari per un’ipotesi di concussione: secondo l’accusa, aveva preteso da una ditta appaltatrice la risoluzione di un contratto di subappalto con una ditta locale, con lo scopo – sempre secondo l’accusa – di ottenere un “vantaggio di tipo politico”, cioè quello di accreditarsi come un bravo amministratore, consistente in una finalità ritorsiva nei confronti del titolare della ditta esclusa.

Sta di fatto però che, illustra il volume, che il contratto di subappalto del quale il protagonista aveva chiesto la risoluzione non era mai stato autorizzato dal Comune e, dunque, a realizzare con certezza un reato erano proprio gli accusatori del sindaco che, invece, per non incorrere in responsabilità penale aveva l’obbligo di far interrompere quel subappalto mai autorizzato.

In buona sostanza, questa la tesi di fondo, il sindaco fu arrestato per aver preteso il rispetto della legge, per aver preteso ed ottenuto l’interruzione della perpetuazione di un reato, com’è spiegato in maniera semplice in un’intervista a Sergio Moccia (Professore emerito nell’Università di Napoli e presidente dell’Associazione italiana dei professori di diritto penale).

Giornalista
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