Dalle radici siciliane di Mistretta alla terra d’adozione vibonese, la vita di Maria Meli è stata un lungo viaggio alla riscoperta della cultura popolare, delle tradizioni, dei canti e delle storie affidate alla memoria degli anziani
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La donna della quale voglio raccontarvi, ancora bambina, dopo la quinta elementare, fu grazie all’insistenza della sua maestra se riuscì a continuare gli studi – si sa, solo i figli maschi avevano questo privilegio; le parole magiche furono: Maria ha le ali per volare e così, fortunatamente, riuscì a convincere i suoi genitori. Sto parlando di Maria Meli (1930-1919) che da Mistretta spiccò il volo fino a diventare non solo insegnante, ma anche scrittrice e ricercatrice. Ho avuto la fortuna di avere due patrie, una naturale, Mistretta, in provincia di Messina, dove sono nata, e una d’adozione, Vibo Valentia, in Calabria. Maria vi si trasferisce a sedici anni e comincia ad amarlo, quel territorio che diventerà il suo campo di ricerca: dal 1950 al 2010 porterà avanti, instancabile, le sue indagini antropologiche, attraverso la diretta voce delle persone che incontrerà, soprattutto i più anziani, depositari di antiche tradizioni, fino a diventare custode della memoria, lei stessa. Ho scomodato un popolo paziente… che ha risposto alle mie domande. Un popolo che ha aperto per lei, giorno dopo giorno, il proprio cuore, nel quale gelosamente conservava detti, proverbi, leggende, aneddoti, preghiere, ma soprattutto canti.
Maria li raccoglierà da I canti vibonesi, il primo lavoro rimasto per anni nel cassetto, fino a Vinni mu ti lu cantu a vucca china, che concluderà la sua lunga ricerca - investendo tutti i cinquanta comuni dell’aria vibonese – con un ultimo atto d’amore verso la città che ha considerato sua a tutti gli effetti. Maria ha ridato voce a quel popolo del quale si sentiva parte. Cento voci, cento volti, cento immagini, mille emozioni.
Ma non dimentica Mistretta, il luogo delle sue radici, a cui dedica Megghiu picca ca nenti, ma per questo libro deve interrogare prima di tutto sé stessa: si porta dentro nell’anima, sensibile e ricettiva, tutto un mondo di ricordi, di emozioni, di esperienze personali che non può e non deve dimenticare.
Maria ha una vita culturale e professionale intensa, non solo gira in auto lungo i paesini del suo comprensorio a intervistare chi incontra, a scavare nei meandri della memoria collettiva, prende carta e penna e scrive (Pigghiàti carta e pinna e scrivìti), dopo la laurea in lettere classiche insegna nei licei, diventa assistente presso la cattedra di Tradizioni Popolari all’Università di Messina con il prof. Di Giacomo e partecipa alla trasmissione radiofonica di Rai2 Debito formativo.
Maria, da donna, rivolge uno sguardo attento alla condizione femminile e alla sua evoluzione. Attraverso il ritmo scandito dal tempo della sottomissione, il mondo marginale delle donne emerge in tutta la sua crudezza: la figura di una donna condizionata dalla presenza dell’uomo e soggiogata dalla sua autorità, nascosta sotto il velo della tutela. I proverbi possono essere crudeli nella loro più autentica verità: Fiji fimmani?Vattisimu e paradisu: non lasciamoci ingannare da quest’ultima parola con la quale, in realtà, si intende non una condizione paradisiaca, ma di morte!
Ho svelato alle generazioni che si succederanno, i valori, i sentimenti, le speranze e le angosce di coloro che ci hanno preceduto. Noi te ne siamo riconoscenti, Maria, e ci auguriamo che i frammenti che si tramandano di generazione in generazione non vadano perduti, ma che, soprattutto, possano servire in questo mondo, diventato ancora più difficile da vivere. Perché la cultura popolare non è folclore, non è intrattenimento, non è figlia illegittima. No. La cultura popolare è la viva carne di cui siamo impastati, è il sangue caldo che circola nelle nostre vene: è il patrimonio di reminiscenze seppellite nella memoria che sul più bello si affacciano alla nostra coscienza per ricordarci chi siamo stati. Chi siamo.
E se, la migliore e più genuina manifestazione del popolo calabrese è il canto, come pensava Maria Meli, allora… forza, a bocca piena, cantiamo tutti in suo onore.

