Mimmo Carratelli: passioni, ricerche, elitarismo d'un collezionista

Il mondo della cultura, dell'arte e della politica è in lutto. Muore Mimmo Carratelli, amante delle arti, delle lettere, del bello. Conversatore raffinato ed uomo di straordinario intelletto, lascia una Vibo Valentia più povera e più misera.

di Monica La Torre
14 marzo 2020
09:09
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foto di Giovanni Galardini
foto di Giovanni Galardini

Non sempre lo spessore, l’acume, la leadership ed il potere effettivo delle persone si accompagnano alla facilità di approccio, all’immediatezza, alla democratica accondiscendenza verso tutti. Anzi. Spesso, il politico di razza, l’uomo di inconfutabile cultura, il potente vero disdegna l’immediatezza, non vuole essere accessibile ai più: ed anzi riserva agli estranei non degni di nota la gentilezza disinvolta ma distante dell'uomo di mondo avvezzo all’altrui adulazione.

 

L'amore per il bello

Domenico Romano Carratelli apparteneva a questa fortunata categoria. La sua cortesia era un micidiale mix di amore per il bello, rassegnato pessimismo nei confronti del genere umano, naturale e calabresissima propensione allo snobismo sociale ed alla stigmatizzazione delle debolezze altrui. E se da un lato metteva a suo agio il semplice e l’ingenuo, dall'altro inquietava l’inerlocutore acuto, l'osservatore: che tuttavia, di fronte ad una così distinta formalità, rimaneva comunque affascinato, attratto dal carisma senza tempo di un uomo di tale sicumera. La disinvoltura culturale e sociale di Carratelli erano tali, da far apparire  accettabile anche lo scotto della satira, della battuta pungente.

 

Una vita vissuta intensamente

A leggere la parabola terrena di questo straordinario collezionista, i cinquant’anni di  militanza attiva e dominante sulle scene regionali e romane, si evince che di storia e di politica ne aveva vissuta e masticata; di uomini e di libri, dominati e divorati; di opere d’arte e donne, acquisite e conquistate. Del resto l’educazione sentimentale, familiare, culturale, sociale e politica  facevano di lui il perfetto esemplare di uomo di governo e d’influenza d’altri tempi.

 

Democristiano di razza

Un democristiano di razza, un intellettuale raffinatissimo, un uomo che con i più intimi permetteva alla sua natura di rivelarsi per quella che era: elegantemente, inesorabilmente snob. Caustica e acutissima, tanto che i suoi bersagli spesso e volentieri neanche si accorgevano di essere stati presi di mira. E quando si ritiravano, riflettendo a freddo sulle boutades della piacevole serata appena trascorsa, era solo dopo qualche ora che si svelava la verità,  e che intuivano d’esser stati destinatari della frecciata sottile, della battuta impalpabile ma squisitamente impietosa.

 

Un figlio del Novecento

Fosse vissuto un paio di secoli addietro, che meraviglioso cortigiano sarebbe stato. Ma così non era stato. E figlio com’era del Novecento, campione della Prima Repubblica che lo aveva distillato, espressione di una politica moderata ed eterna, autoconservativa e pragmatica, in bilico perfetto tra cinismo ed etica, era il perfetto emblema della Calabria dal potere concreto e diffuso. E tuttavia, Domenico si differenziava dagli altri per il poderoso bagaglio culturale, per il formidabile intuito per il bello e l’antico, per la tensione perenne che contraddistingue i frequentatori di antiquari e case d’aste.

Le collezioni

Aveva anche lui la malattia terribile degli eletti: la frenesia per l’arte antica, che ti agita per tutta la vita, e ti porta a metter su, ladove se ne abbia la possibilità, quelle raccolte eclettiche ma solidissime. Anni di ricerche e di collezione, amicizie importanti, intuito e investimento hanno fatto di lui uno dei più grandi esperti di Calabria. Ed uno degli ultimi del Mezzogiorno. Per lavoro, una vita fa, avevo osservato per anni, e da vicino, il cortocircuito che si crea tra l’inquietudine dei collezionisti e la bramosia degli antiquari. Avevo visto come, nelle atmosfere ovattate delle fiere di settore, negli atelier romani polverosi ed eleganti, nei luoghi d'incontro fintamente casuali dei mediatori, nelle case editrici bellissime ed esangui dove si metteva mano all’uno piuttosto che all’altro catalogo, erano sempre i primi che soccombevano, a vantaggio dei secondi. Il collezionista cedeva. L'offerente dominava. Carratelli, però, non dava l'impressione di cedere. Anzi. A mio parere, da calabrese nato padrone, agiva cum grano salis, decidendo tempi, oggetti e forse anche prezzi. 

 

Il Codice Carratelli 

Il giorno che ebbi la fortuna di metter le mani, fisicamente, sul manoscritto cinquecentesco che porta il suo nome, di bellezza terribile e struggente, e che conserva l’immagine perduta della Calabria Felix, mi resi conto che la fortuna non aiuta gli audaci ma i temporeggiatori. Immensa, deve essere stata la corte fatta dal bibliofilo all'opera. Certo è che mi commossi, mentre Teresa Saeli, la sua splendida signora, annuiva comprensiva, ed il fotografo, Giovanni Galardini, maestro anch’egli, ed autore della splendida foto di Mimmo in apertura -  parte di un reportage sulle famiglie di nobiltà borbonica calabresi-, guardava  stranito.

 

Le infinite letture del personaggio 

Mimmo sorrideva. Personaggio tanto cordiale ed amabile in superficie quanto strutturato e di difficile comprensione nell'intimo, regalava conversazioni che necessitavano sempre di una terza, quarta, quinta lettura. Ma tant’è. Lo ricorderemo così. Amante delle arti, delle lettere, del bello. Conversatore raffinato, ed uomo di straordinario intelletto. La sua scomparsa  ci priva di un punto di riferimento prezioso. Oggi, la Calabria è più povera e più misera

Giornalista
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