Tradizioni, la Corajisima rivive nelle case del centro storico di Lamezia

VIDEO | Rappresenta la vedova del Re Carnevale e con le sue piume segna il trascorrere del tempo fino alla Pasqua. Siamo andati con il ricercatore Andrea Bressi a seguirne le tracce nei vicoli di Nicastro

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di Tiziana Bagnato
4 aprile 2021
17:37

Sono sempre più difficili da trovare nei centri storici calabresi e da anni puntellano di tracce Lamezia Terme, dal centro storico di Sambiase a quello di Nicastro. Le bambole che raffigurano Corajisima, la vedova di Re Carnevale che piange la morte del compagno, raccontano quel filo mai interrotto tra una tradizione secolare e un presente fatto non solo di tecnologia. 

Nei giorni prima della Pasqua queste pupe di pezza dalle quali pende un’arancia che fa da calendario, conservano solo una penna di gallina, segno dell'arrivo della domenica di Resurrezione. Venivano esposte a partire dal mercoledì delle ceneri ed avevano anche una funzione propiziatoria. Tra i ricercatori di questa antica tradizione c’è Andrea Bressi che le Corajisime le cerca in lungo e in larga per la Calabria. 


Un vero e proprio culto il suo, in cui curiosità, passione, studio e fiuto da cacciatore si intrecciano, riportando in superficie aliti di vita di un passato non così lontano. «Si tratta di una tradizione molto diffusa in Calabria – ci spiega facendoci da Cicerone nei vicoli di San Teodoro e Santa Lucia - ma nella mia ricerca è emerso che si trova anche in altre regioni del Sud Italia. Questa pupattola segna il passare del tempo del periodo quaresimale tramite un agrume o una patata nella quale sono conficcate sette penne di gallina».

«La pupattola - continua il ricercatore - viene esposta fuori dalle abitazioni, dalle finestre o dai balconi. La Corajisima ha dei simboli come il fuso e la rocca perchè le donne che rimanevano a lutto filavano e il filo rappresenta lo scandire di questi 40 giorni di privazioni, penitenze, astinenza dalle carni».

«La Corajsima ha sicuramente una funzione di protezione, allontana gli spiriti maligni. In particolare. al termine della Quaresima avveniva un rito di eliminazione, quindi veniva distrutta o bruciata per allontanare “questa brutta vecchiaccia” che per tutti i 40 giorni aveva fatto fare sacrifici», spiega ancora Bressi.

E ci sono giovani che rivivono la tradizione e che la Corajisima l’hanno realizzata da sole, magari abbellendola, dandole un tocco di colore e di anima, rispetto al freddo e tetro aspetto della vedova appesa. Come Francesca Tropea, appassionata di cultura e tradizioni calabresi, che con materiali di riciclo ha realizzato la bambola da appendere dal balcone di casa sua. «Ho sempre fatto ricerca sulle pratiche popolari e quest’anno ho deciso di fare da me. In tre settimane con stoffe e stracci che avevo a casa ho completato la Corajisima trovando anche l’affetto di chi vive nel quartiere che ha così potuto rivedere questa tradizione che pian piano sta scomparendo».

 

 

 

 

Giornalista
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